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Espansione NBA: pro e contro

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Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di una possibile espansione della NBA. Un’eventualità di cui si discute di tanto in tanto, ma che non è mai sembrata un’ipotesi concreta e realizzabile in un futuro prossimo.
L’ultima espansione, quella che nel 2004 ha riportato il grande basket a Charlotte con la creazione dei Bobcats, ha innalzato a 30 il numero delle franchigie e, dopo che – nel 2008 – i Seattle SuperSonics si sono trasferiti a Oklahoma City, la lega ha raggiunto la sua fisionomia attuale. Un formato che, dopo tutti questi anni, sembra ormai immutabile. Eppure, le ingenti perdite economiche causate dalla pandemia hanno fatto tornare d’attualità l’argomento.

Durante la tradizionale conferenza stampa pre-stagionale, il commissioner Adam Silver ha risposto così ai media: «Per la lega, espandersi è una sorta di destino manifesto. L’incertezza dell’ultimo periodo ci ha costretto a rispolverare alcune delle analisi sull’impatto economico e competitivo dell’espansione. Ci abbiamo pensato un po’ di più rispetto al periodo pre-pandemia. Ma certamente non tanto da dire che l’espansione è in cima ai nostri pensieri».

Tradotto: per ora non se ne parla, ma probabilmente se ne parlerà.
Come avverrebbe, nel caso, la nuova espansione? E, soprattutto, sarebbe un’operazione davvero conveniente per la NBA?


Le nuove franchigie

Jeff Green e Kevin Durant hanno cominciato la loro carriera NBA a Seattle
Jeff Green e Kevin Durant hanno cominciato la loro carriera NBA a Seattle

Quasi certamente un’espansione comporterebbe l’ingresso nella lega di due nuove franchigie, in modo da mantenere il bilanciamento tra le due Conference. Non sarebbe strettamente necessario crearne una a Est e l’altra a Ovest: qualora ne venissero fondate due nella Western Conference, basterebbe spostare due tra Memphis Grizzlies, Minnesota Timberwolves e New Orleans Pelicans nella divisione orientale. Una soluzione oltretutto vantaggiosa in termini logistici: Memphis, ad esempio, è molto più vicina ad Atlanta, in cui i Grizzlies si recano una volta l’anno, che a Houston, in cui disputano due partite di regular season.

Quali sarebbero, dunque, le città favorite per ospitare una nuova franchigia?

Se mai dovesse concretizzarsi un’espansione, è lecito pensare che si cominci dal riaccogliere i Seattle SuperSonics. La ‘Città della Pioggia’, i suoi calorosi fan e i nostalgici di tutto il mondo aspettano con ansia il ritorno dell’iconica squadra capace di vincere un titolo NBA nel 1979 e di conquistare milioni di appassionati negli Anni ’90. Seattle è una delle capitali economiche degli Stati Uniti, ha una radicata tradizione cestistica e, rispetto al 2008, ha finalmente un impianto sportivo adeguato agli standard NBA. La mancata concessione di fondi pubblici per il restauro della KeyArena aveva portato via i Sonics. Oggi, dalle ceneri del vecchio palazzetto è nata la Climate Pledge Arena, che dalla stagione 2021/22 ospiterà i Seattle Kraken, expansion team della National Hockey League.
Il ritorno del basket maschile a Seattle (dove sono rimaste le Storm della WNBA) comporterebbe quindi, salvo clamorosi e inopportuni ripensamenti, la ricomparsa dei Sonics. Al momento di concepire gli Oklahoma City Thunder, il proprietario Clay Bennett ha infatti rinunciato al nome, ai colori, agli stendardi e alla storia della squadra, che restano a disposizione degli eventuali nuovi idoli cittadini.

L’altra più credibile candidata è certamente Las Vegas. Già quartier generale della NBA per la Summer League, che ospita dal 2004, ‘Sin City’ è un mercato potenzialmente enorme. Sebbene sia molto più piccola e molto meno popolata rispetto alle grandi metropoli americane, è meta fissa dei turisti di tutto il mondo. Quando l’emergenza COVID sarà superata, le folle torneranno a riempire i casinò, i locali notturni, le sale da concerto e gli impianti sportivi. Nella capitale del vizio il basket non è certo una novità, vista la presenza dei Runnin’ Rebels di UNLV, resi celebri dal grande coach Jerry ‘The Shark’ Tarkanian. Non lo è nemmeno lo sport professionistico: nel 2017 sono nati i Vegas Golden Knights, franchigia d’espansione della NHL che condividerebbe la T-Mobile Arena con la nuova squadra NBA; mentre nel 2020 gli Oakland Raiders (NFL) si sono trasferiti nell’avveniristico Allegiant Stadium, le cui fondamenta sono state gettate appena tre anni prima.

Seattle e Las Vegas hanno tutti i requisiti per accogliere una franchigia NBA: ampio bacino d’utenza, strutture all’avanguardia e supremazia territoriale. Una caratteristica, quest’ultima, non condivisa da Louisville e Kansas City, dove regna il college basketball, da San Diego, vecchia ma non prossima casa dei Clippers, e nemmeno da Tampa, troppo vicina a Orlando e Miami.

La città della Florida resta comunque una destinazione da non escludere in ottica futura. Era già in lizza alla fine degli Anni ’80, quando le fu preferita Orlando, e al momento una franchigia NBA ce l’ha davvero. I Toronto Raptors, con l’emergenza sanitaria che limita gli spostamenti fra nazioni, stanno infatti disputando le partite interne alla Amalie Arena, casa dei Tampa Bay Lightning (NHL). Questi ultimi, che a settembre hanno sollevato la loro seconda Stanley Cup, non sono l’unica squadra professionistica della zona: i Tampa Bay Rays (MLB) hanno appena disputato le World Series, mentre i Buccaneers (NFL) hanno i riflettori puntati addosso per i recenti arrivi delle superstar Tom Brady e Rob Gronkowski.

Il fatto che Tampa abbia accolto i Raptors potrebbe avere un grosso impatto sulle future scelte della NBA. Nel 2005, quando l’uragano Katrina devastò New Orleans, gli allora Hornets vennero ospitati per due stagioni da Oklahoma City. L’organizzazione fu impeccabile e il pubblico rispose alla grande. Quando Clay Bennett propose il trasferimento dei Sonics, David Stern aveva tutte le garanzie del caso.

Le ipotesi più estreme riguardo a una possibile espansione indicano come potenziali sedi di nuove franchigie Città del Messico e Londra, dove abitualmente la NBA disputa qualche partita di regular season. Opzioni difficilmente percorribili: agli indubbi problemi logistici si aggiungerebbe la difficoltà nel convincere i giocatori a trasferirsi all’estero.


Espansione NBA: perché sì

La maglietta di Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks, indica un possibile vantaggio dell'espansione
La maglietta di Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks, indica un possibile vantaggio dell’espansione

Un’espansione permetterebbe alla NBA di recuperare parte delle ingenti somme andate in fumo negli ultimi mesi. Recenti stime hanno fissato a 2,5 miliardi di dollari la tassa d’ingresso per una nuova franchigia (per capire quanto siano cambiati i valori in gioco basta pensare che nel 2004 i Bobcats versarono 300 milioni). Con l’aggiunta di due expansion teams, nelle casse di ciascuno dei 30 proprietari attuali entrerebbero 166,7 milioni.

Le nuove franchigie potrebbero rateizzare tale somma rinunciando al cosiddetto revenue sharing (la suddivisione dei ricavi) fino alla completa copertura. Costi di cui rientrerebbero a lungo andare, presupponendo l’ulteriore crescita della lega e il successo dei nuovi mercati.

Per la NBA ci sarebbero inoltre nuovi introiti in termini di botteghino, merchandising e indotto, ma anche i giocatori, soprattutto quelli di fascia medio-bassa, avrebbero indubbi vantaggi economici. Con l’aggiunta di due squadre si creerebbero automaticamente 30 contratti NBA in più; un’alternativa estremamente più allettante rispetto alla G-League o ai campionati esteri.


Espansione NBA: perché no

Gerald Wallace, 'stella' degli Charlotte Bobcats dopo l'ultima espansione NBA
Gerald Wallace, stella degli Charlotte Bobcats dopo l’ultima espansione NBA

Se l’aspetto economico potrebbe incoraggiare la lega ad ampliare i suoi confini, dal punto di vista sportivo un’espansione rischierebbe di affossare ulteriormente la competitività. Nella stagione NBA 2020/21, una delle più equilibrate della storia recente, solo metà delle squadre che arrivano ai playoff possono realisticamente ambire a fare strada. L’arrivo di due nuove franchigie rinfoltirebbe la già nutrita schiera di formazioni che pensano più alla draft lottery, che alla postseason.

Per formare i roster dei nuovi team si organizzerebbe un expansion draft, le cui regole nel corso degli anni sono cambiate di continuo. In quello del 2004 ogni franchigia doveva indicare otto giocatori da ‘proteggere’. Solo uno fra gli altri sarebbe stato selezionabile dagli Charlotte Bobcats, a patto di essere ancora sotto contratto nella stagione successiva. Ora, prendete una qualsiasi squadra della NBA attuale e togliete gli otto migliori giocatori e quelli in scadenza di contratto. Gli atleti rimasti non sarebbero realisticamente in grado di competere a buoni livelli per una stagione intera.

Certo, con maggiore spazio a disposizione alcuni potrebbero rivelarsi degli ottimi giocatori. E’ stato il caso di Gerald Wallace: ai margini delle rotazioni dei Sacramento Kings nei primi anni di carriera, a Charlotte è arrivato all’All-Star Game ed è stato incluso nel primo quintetto All-Defensive. La sua sembra più un’eccezione, che la regola. Tra gli altri giocatori selezionati nell’expansion draft 2004, gli unici a costruirsi una discreta carriera NBA sono stati Jason Kapono e gli “stranieri” Zaza Pachulia e Sasha Pavlovic, entrambi ceduti immediatamente dai Bobcats.

Le regole del 2004 prevedevano che gli eventuali restricted free agent selezionati sarebbero automaticamente usciti dal contratto al termine della stagione, e che la nuova squadra sarebbe stata esclusa dalla prime tre chiamate al draft regolare (Charlotte ottenne la seconda scelta, spesa per Emeka Okafor, tramite uno scambio con i Los Angeles Clippers). Restrizioni che renderebbero ancora più impervia la salita che le franchigie d’espansione dovrebbero affrontare.

Se il roster dei Bobcats 2004/05 – che in quintetto schieravano Primoz Brezec, Brevin Knight e Jason Hart – vi fa impressione, pensate a quali nomi vedremmo in campo qualora l’expansion draft servisse a formare due, tre o quattro nuove squadre. Avremmo formazioni destinate a marcire nei bassifondi per anni, prive di qualsiasi appeal nei confronti dei grandi free agent. Nell’epoca delle star insoddisfatte e delle trade forzate, nemmeno scoprire un nuovo fenomeno garantirebbe una permanenza ad alti livelli. Il continuo ricircolo dei giocatori di minore caratura porterebbe a una colossale dispersione del talento, male assoluto per gli sport americani. L’avvento di nuove “squadre-materasso” sarebbe un problema anche in ottica diritti televisivi. Le varie emittenti non alzerebbero sicuramente la loro offerta di quel tanto che basta per giustificare una suddivisione dei ricavi su 32, 33 o 34 franchigie.

C’è poi un’altra questione da non sottovalutare, nella lista dei “contro”. Assegnare una nuova franchigia a piazze importanti come Seattle e Las Vegas eliminerebbe la minaccia del trasferimento per quelle esistenti, che avrebbero qualche motivo in meno per mantenere gli standard di eccellenza richiesti dalla lega.

E il calendario? L’aggiunta di nuove squadre andrebbe a incidere in maniera considerevole sulla quantità e sul programma dei match, e sarebbe impensabile decidere di mantenere l’attuale format. E’ anche vero comunque che da tempo si sta valutando una possibile riduzione delle partite, quindi questa potrebbe rappresentare l’occasione buona per rivedere tutto il sistema. Ovviamente studiando un piano che non vada ad intaccare i ricavi derivanti dalle emittenti televisive.


L’ipotesi relocation

L'ultima relocation nella storia NBA è quella che, nel 2008, ha dato vita agli Oklahoma City Thunder
L’ultima relocation nella storia NBA è quella che, nel 2008, ha dato vita agli Oklahoma City Thunder

Nel 2008 la trasformazione dei Seattle SuperSonics negli Oklahoma City Thunder ha segnato l’ultima relocation della storia NBA. Da quel momento, fino alle recenti indiscrezioni, le speranze di rivedere il grande basket nella Emerald City sono state riposte più su un nuovo trasferimento, che su un’espansione. Speranze che, di volta in volta, si sono rivelate vane.

Le principali cause dello spostamento di una franchigia sono tutte riconducibili all’aspetto economico: strutture inadeguate (Seattle) o fanbase poco appassionate (Vancouver) causano introiti non all’altezza della concorrenza. Le ultime squadre a rischiare concretamente il “trasloco” sono state i Milwaukee Bucks e i Sacramento Kings.
I primi sono rimasti nel Wisconsin grazie a nuovi proprietari (Wes Edens e Marc Lasry, subentrati nel 2014), alla costruzione del Fiserv Forum (iniziata nel 2016 e completata due anni dopo) e all’esplosione di Giannis Antetokounmpo. Nel 2013 invece, la famiglia Maloof è arrivata a un passo dalla cessione dei Kings a una cordata – presieduta da Chris Hansen e Steve Ballmer – che avrebbe portato il club a Seattle, facendo così rinascere i Sonics. Il voto contrario delle altre franchigie e l’intercessione di Kevin Johnson, un tempo stella NBA e allora sindaco di Sacramento, hanno tuttavia fatto saltare l’accordo. Sotto l’egida del nuovo owner, Vivek Ranadivè, è iniziata la costruzione del Golden 1 Center, fiore all’occhiello di una moderna area commerciale situata in pieno centro cittadino.

Steve Ballmer ha poi “ripiegato” sui Los Angeles Clippers, ma chi spera di vedere Kawhi Leonard e compagni con la maglia dei Sonics rimarrà deluso: l’ex CEO di Microsoft ha annunciato che una nuova arena sorgerà a Inglewood, vicino al “Fabulous Forum” che ospitava i Lakers dello Showtime.

Minacce di trasferimento sono invece partite da Robert Sarver, vulcanico proprietario dei Phoenix Suns. Dopo una serie di infuocati dibattiti con le amministrazioni locali è stato tuttavia approvato il piano di rinnovamento della Talking Stick Resort Arena, che ha come clausola la permanenza in città dei Suns almeno fino al 2037. A salvare New Orleans Pelicans e Memphis Grizzlies, le altre principali indiziate a cambiare casa, ci ha pensato invece il draft 2019, che ha regalato ai tifosi due potenziali superstar come Zion Williamson e Ja Morant.


In fin dei conti, è lecito ipotizzare che la NBA rimarrà esattamente come la conosciamo, ancora per un bel po’…




Articolo a cura di Stefano Belli

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