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New York Knicks a tutto Randle

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“[…] There’s nothin’ you can’t do
Now you’re in New York
These streets will make you feel brand new
Big lights will inspire you
[…]”

A New York non c’è niente che tu non possa fare, le strade ti faranno sentire nuovo e le luci ti ispireranno: recita così una parte del ritornello di “Empire State Of Mind“, canzone di Alicia Keys e di Jay-Z uscita nel 2009 e con milioni di visualizzazioni su YouTube. Potrebbero essere queste le parole che descrivono l’avvio di stagione che sta vivendo l’ala dei New York Knicks Julius Randle, capace di sfoderare ottime prestazioni e portare qualche gioia nei tifosi arancioblu, che da troppo tempo soffrono nel vedere la loro squadra del cuore lottare nei bassifondi e provare a rimediare alle figuracce degli anni passati.

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Grandi doti sin dai primi contatti con il basket

Julius Randle nasce il 29 novembre 1994 a Dallas. Figlio di mamma Carolyn, ex giocatrice a livello collegiale a Texas, muove i primi passi alla Prestonwood Christian Academy, dove è considerato uno dei top-5 prospetti della classe del 2013 al pari di Andrew Wiggins, Jabari Parker e Aaron Gordon. Randle in quattro anni porta la sua scuola a tre titoli statali, compreso quello del 2012-13 in cui confeziona medie da 32.5 punti e 22.5 rimbalzi a partita; al college sceglie Kentucky, dove oltre alla vena realizzativa conferma un’ottima propensione a rimbalzo, chiudendo la stagione (persa solo in finale contro University Of Connecticut) con 24 doppie doppie, record per un freshman secondo solo a quello di Dan Issel (25). A Julius basta solo un anno, così il 22 aprile 2014 si dichiara per il draft NBA.


Gli anni a LA e New Orleans

Scelto alla numero sette da parte dei Los Angeles Lakers, la carriera di Randle nella lega inizia con un anno di ritardo a causa di un grave infortunio alla gamba: il debutto vero e proprio arriva dunque nella stagione 2015-16, quella dell’addio di Kobe Bryant al basket giocato, e in un periodo in cui la franchigia gialloviola è in piena fase di ricostruzione, un ambiente perfetto per il #30 per crescere e maturare. A LA Julius conferma la sua multidimensionalità, concludendo la stagione da rookie addirittura in doppia doppia di media (11.3 punti e 10.2 rimbalzi); i due anni successivi sono ottimi dal punto di vista realizzativo, aggiungendo skills al suo bagaglio tecnico e giocando in alternativa come finto centro.

Grinta ed energia sin da rookie

Nell’estate 2018 l’arrivo di LeBron in California ha portato i Lakers a rinunciare al nativo di Dallas, che decide così di firmare un biennale per i Pelicans. L’obiettivo di New Orleans è quello di provare ad agganciare per il secondo anno consecutivo il treno dei playoff, trovando così il modo di convincere Anthony Davis a rimanere: purtroppo ciò non avviene, concludendo con la 13esima piazza a Ovest e il conseguente addio a “The Brow”. Per Randle è un’altra buona stagione (21.4 punti e 8.7 rimbalzi), mettendo peraltro a referto anche un career high da 45 punti, ma anche lui decide di seguire le orme di Davis e di lasciare New Orleans. Prossima destinazione New York, sponda Knicks, con tanto di triennale da circa 60 milioni.


L’arrivo nella “Big Apple” e i progressi

Dopo la passata stagione, chiusa in anticipo causa coronavirus con un record di 21 vittorie e 45 sconfitte che non ha consentito l’accesso alla bolla di Disney World, il GM Scott Perry ha deciso di cambiare allenatore, puntando sull’esperienza di Tom Thibodeau, e di scommettere su un gruppo di giovani per rilanciare il futuro della franchigia.

L’uomo di punta è proprio Julius Randle, che con un brillante avvio ha portato, al momento della stesura dell’articolo, i Knicks a quota 5 vittorie e 8 sconfitte. Niente di particolarmente esaltante, quantomeno se non si stesse parlando della franchigia newyorkese, capace tra l’altro di mietere vittime illustri come Bucks, Pacers e Jazz. Il miglioramento del #30 è soprattutto alla voce assist: questo grazie sia a una lunga offseason, che all’ingaggio dell’assistente allenatore Kenny Payne, conosciuto come il “sussurratore dei big men” data la sua bravura nell’allenare i centri nei dieci anni a Kentucky (college di Randle e di tanti altri lunghi di spessore, come il sopracitato Davis, Bam Adebayo e Karl-Anthony Towns). La filosofia di Payne è “muoviti come una guardia, finisci come un big man“: ecco che i suoi ex-allievi hanno mostrato skills di playmaking al di sopra della media per la loro posizione, così come Randle nelle prime gare della stagione in corso a 6.7 assistenze di media. Dal sito di Cleaning the Glass si può leggere che nelle precedenti quattro stagioni la percentuale degli assist di Randle era 86esima e non superava il 20%, mentre ad oggi tale percentuale è al 29.9%, dietro soltanto a Nikola Jokic tra i lunghi.

Questo è ciò che riguarda il basket, le posizioni sono intercambiabili, senza essere fisse. Fintanto che giochiamo nella giusta maniera, questo è ciò che conta“.

Coach Thibodeau ha parole al miele per il suo lungo, definendolo “altruista e capace di esaltare il potenziale dei compagni“: ciò si evince anche dai dati sui tocchi dal gomito, dove nelle 38 occasioni avute finora Randle ha passato la palla 25 volte, smazzando 10 assist. La sua pericolosità attira i raddoppi e di conseguenza, come afferma il veterano Reggie Bullock, non forza le situazioni ed è abile a trovare l’uomo libero.
Julius non ha esitato neanche di fronte al miglior difensore in carica, Giannis Antetokounmpo, esibendo splendidi movimenti in post up – da dove nel 54% delle possibilità passa la palla, segno ancora una volta di grande altruismo.

Rimbalzista fenomenale

E’ chiaro che il lungo dei Knicks debba migliorare nella gestione della palla, ma non c’è da sorprendersi se col prosieguo della stagione lo vedremo più volte in doppia cifra nella statistica degli assist. Una capacità sfruttata molto poco nei primi quattro anni e che, vista l’evoluzione del suo gioco, lo potrebbe portare ad essere considerato una pointguard occulta.

Randle dovrà dimostrare quindi con questi progressi di essere il punto di riferimento di questa franchigia anche nel futuro prossimo, creando una pallacanestro che possa da un lato trascinare i compagni e dall’altro far divertire i tifosi newyorchesi. Il tutto in attesa di tornare a disputare quei playoff così tanto attesi e desiderati.

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