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Washington esalta tutti i limiti di Westbrook: è presto per parlare di declino?

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Russell Westbrook è uno dei giocatori più discussi della lega, e non dall’altro giorno. Uno di quelli che separa nettamente i tifosi. O lo ami, o lo odi. Niente vie di mezzo. Un giocatore che da un lato non è stato capace di vincere l’anello e ha uno stile di gioco tutt’altro che improntato all’efficienza, dall’altro gioca come un ossessionato, sempre al 110% e a 200 km/h, provando in tutti in modi ad ottenere la vittoria. E’ anche Mr. Triple-Double, l’MVP capace di chiudere tre stagioni di fila con una tripla-doppia di media (“E sti cazzi?”, diranno alcuni; questo non è tuttavia argomento dell’articolo).

Lasciata OKC dopo 11 anni di servizio, e bocciata l’esperienza a Houston con il buon James Harden, Westbrook è stato spedito via trade dal Texas a Washington (in cambio di John Wall e una prima scelta del 2023). Un cambio d’aria che ha portato il prodotto di UCLA a vivere una situazione piuttosto nuova: un ambiente non granché competitivo, poco attraente e alla continua ricerca di un equilibrio fino ad ora mai trovato.

Negli ultimi sette anni i capitolini hanno staccato il biglietto per la postseason in quattro occasioni, tre delle quali da squadra di alta classifica (4° o 5° seed) capace di giungere fino alle Conference Semifinals. Per il resto c’è poco da commentare, con l’ultima apparizione ai playoff che risale al 2018 (sconfitta per 4-2 al primo turno contro i Raptors). Insomma, i Wizards nel tempo si sono affermati come squadra mediocre – per vari motivi – in grado di sprigionare qualche fiammata qua e là, senza costruire delle vere basi per dimostrarsi un solido team da top-8 ad Est.

L’approdo di Westbrook è stato quindi visto come l’occasione per voltare pagina e rilanciare le aspettative, e soprattutto il carattere, della franchigia, con l’obiettivo di riabbracciare la fase successiva alla regular season. Ad oggi tuttavia le cose stanno andando piuttosto diversamente dalle previsioni, con Washington che si trova a bazzicare il fondo della Eastern Conference (14° posto con un record di 5 vittorie e 15 sconfitte) e risulta essere una squadra tutt’altro che amalgamata.
Tra le varie ragioni del disastro di inizio stagione è stato individuato il rendimento palesemente sottotono del buon Russell, situazione che ha condotto alla nascita di un dibattito piuttosto acceso: l’ex Thunder e Rockets è in piena fase di declino?


Wizards martoriati

Pensare che la pessima partenza stagionale dei capitolini sia dovuta in gran parte alle performance sottotono di Westbrook sarebbe deleterio. Certo, il #4 non ha per nulla brillato almeno nelle sue prime 10 uscite, ma Washington ha avuto ben altri problemi di cui occuparsi.

Partiamo con gli infortuni. I Wizards fin dalle prime partite hanno dovuto aver a che fare con un roster incerottato: da fastidi di piccola entità, fino a problemi ben più gravi. Pensiamo a Rui Hachimura, che ha dovuto saltare ben tre settimane, o allo stesso caro Russell, rimasto ai box per 7 giorni. Senza dimenticare ovviamente il colpo fino a qui più pesante: il season-ending injury di Thomas Bryant, centro titolare che garantiva alla squadra un livello decisamente più alto su ambo le metà campo.

L’infortunio di Thomas Bryant

A seguire non poteva mancare il coronavirus. La truppa di coach Scott Brooks è infatti dovuta rimanere completamente ferma per una decina di giorni a casa di molteplici casi di covid-19, portando così al rinvio di ben 6 partite. Inutile dire che questo stop forzato ha fatto sì che venisse interrotto il processo di crescita a livello di chimica di squadra, senza contare che ora i capitolini dovranno incastrare da qualche parte tutti i recuperi nella seconda parte di stagione. Come se il calendario non fosse già duro abbastanza e la rincorsa ai playoff quasi un miraggio in queste condizioni.


Supporting cast rivedibile

A complicare la situazione di Brodie c’è un supporting cast non proprio di fascia alta. Più che di problemi di talento individuale, che rimane comunque un tema, si tratta più che altro della presenza di giocatori che rendono difficile l’applicazione di una tipologia di gioco che consenta a Westbrook di esprimersi al meglio.

Innanzitutto Washington è la squadra peggiore dal punto di vista difensivo, e ciò fa sì che venga messa molta più pressione del dovuto sull’attacco, visto che le partite si trasformano in una gara a chi segna di più. Una condizione che quindi va a complicare una situazione già di per sé piuttosto problematica per Russ.
Tolti il protagonista dell’articolo e il buon Bradley Beal infatti, per la prima nei panni di primo violino – la cui affidabilità è tutta da testare – e costretto a fare gli straordinari (non a caso al momento è il miglior realizzatore della lega), ed escludendo anche l’infortunato Thomas Bryant, sono solo due i giocatori in grado di garantire una doppia cifra di media a livello realizzativo: Rui Hachimura e Davis Bertans. Se allarghiamo la forbice andando a caccia di chi segna 7+ punti a partita, i Wizards contano altri quattro giocatori, ma si tratta di un impatto poco incisivo e piuttosto discontinuo.

Bradley Beal e Russell Westbrook sono soli sull’isola?

Il roster inoltre presenta una certa carenza di tiratori affidabili dalla lunga distanza (sono solo cinque i giocatori in squadra capaci di tirare con più del 32% dall’arco su 3+ tentativi e i capitolini sono 25° per percentuale di squadra), cosa che consente alle difese avversarie di chiudersi un po’ più dentro l’arco dei tre punti senza correre particolari rischi. E’ evidente quindi che la mancanza di uno spacing adeguato penalizza in maniera importante il gioco di Westbrook, che è tutto meno che un tiratore affidabile sia dalla lunga che dalla media distanza, con un “jumperino” da promozione (nelle prime 10 partite stagionali solo il 31.5% delle sue conclusioni è arrivato da 3 o meno metri dal canestro, percentuale più bassa di tutta la sua carriera). A risentirne non è comunque solo l’aspetto realizzativo – meno penetrazioni, meno punti, meno falli guadagnati, meno tiri liberi -, ma ovviamente tutta la dimensione del gioco offensivo, penalizzando quindi anche la circolazione di palla e le abilità di assistman (il passaggio è uno dei suoi, pochi, punti di forza).

Va anche detto che, a peggiorare ulteriormente la situazione, c’è una gestione del roster non proprio chiara da parte di coach Scott Brooks, che sta faticando a trovare una certa stabilità nelle rotazioni e nella formazione dei vari quintetti da tenere sul parquet. In questo senso far giocare Westbrook da shooting guard per quasi un terzo del tempo (36% nelle prime 10 partite), viste le sue doti, pare un po’ autolesionista. Si tratta infatti appena della seconda volta in carriera che West si trova a ricoprire per più del 30% del tempo un ruolo che di fatto non gli appartiene: la prima occasione fu con i Thunder versione 2018-2019 (47%), stagione che non a caso vanta quelle che sono tra le peggiori percentuali balistiche di tutta la sua carriera e la seconda media punti più bassa dei suoi ultimi 9 anni.

Che il classe ’88 non sia più quello di un tempo è abbastanza palese, e lo si era già notato a Houston, così come è risaputo che non è nelle sue corde la figura del leader tecnico. Il punto è che Washington, per tutto quello che abbiamo appena affermato, ne esalta tutti i limiti. E’ finito in un contesto che risulta essere alquanto tossico per il suo modo di giocare, e la conseguenza non può che essere quella di apparire un giocatore in piena crisi.
Senza contare che, nonostante le pacche sulle spalle ai compagni e gli incitamenti dalla panchina, i capitolini non sembrano esser mai diventati la sua squadra. Anzi, spesso si è percepita una certa distanza tra il #4 e il resto del gruppo, probabilmente figlia di un nervosismo che riflette una difficile condizione personale (a livello fisico) e contestuale.


Il classico diesel-Westbrook?

Le prime 10 uscite stagionali con la maglia dei capitolini sono state abbastanza disastrose per il nativo di Long Beach: 18.9 punti, 9.3 rimbalzi, 9.6 assist e 5.0 perse di media, tirando con il 38.1% dal campo, il 33.1% dall’arco e il 65.5% ai liberi. Cifre che rappresentano quasi ovunque dei career-low.

Valori che tuttavia, presi da soli, non dicono proprio tutto. Westbrook infatti in questo inizio di regular season ha avuto dei problemi fisici che ne hanno condizionato l’esplosività, come se già la situazione fosse facile: ricordiamo infatti che uno stiramento del quadricipite destro lo ha costretto a saltare quattro delle ultime cinque partite della scorsa stagione regolare e le prime quattro gare dei playoff, rientrando in corsa e tutt’altro che al 100%. In secondo luogo, nonostante comunque si tratti di cifre più negative del solito, il prodotto di UCLA ci ha abituati a partenze a rilento, per poi ingranare a stagione avviata. Basti pensare che nella stagione 2018-2019 con i Thunder, all’interno dei primi 20 match, aveva collezionato 20.6 punti, 10.5 rimbalzi, 10.0 assist e 4.5 perse di media con il 43.5% dal campo e il 24.8% dall’arco; così come la scorsa stagione con i Rockets, passato il primo quarto di stagione, il magro bottino era di 21.9 punti, 8.4 rimbalzi, 7.5 assist e 4.5 perse ad allacciata di scarpe, con il 40.6% dal campo e 21.9% dall’arco.

Siamo quindi di fronte alla solita versione diesel di Brodie oppure, al netto del contesto, è un giocatore che ha “fatto il suo corso”?

A rispondere a tale domanda sembrerebbe esser stato lo stesso Russ: dalla partita contro Atlanta dello scorso 29 gennaio le cose sembrano infatti essere cambiate, almeno per il #4 (Washington ha infatti collezionato tre vittorie e quattro sconfitte da quella data, non grandi passi in avanti). Quello apparso sul parquet è un Westbrook più pimpante, più energico e più concentrato. Un giocatore quasi rimesso a nuovo. E il simbolo di tale scossa non può che essere la partita contro i Nets, dove l’ex Rockets ha trascinato i Wizards con la bellezza di 41 punti e la tripla della vittoria in un finale veramente pazzo. A match finito ha dichiarato che finalmente è tornato sano e che ha voluto mettere in chiaro le cose dopo essersi sentito dare da più parti del “giocatore finito”.

Certo, se ci limitassimo a guardare la media punti non si direbbe ci sia stata chissà che evoluzione: nonostante infatti le 41 cucuzze collezionate contro Brooklyn, nelle ultime cinque partite i suoi referti parlano di 24.8 punti di media. Cifra non particolarmente clamorosa. Tuttavia, tralasciando il fatto che negli ultimi due match ha giocato 27 o meno minuti (due gare che nel terzo periodo avevano già emesso sentenza e i cui valori statistici risultano quindi drogati), è evidente come Brodie abbia decisamente aumentato la propria efficienza balistica (49.4% dal campo, 42.1% dall’arco e 71.9% ai liberi) e diminuito un po’ il numero delle palle perse (4.2), evidenziando anche, come già affermato, un body language totalmente diverso rispetto a prima.


Ma possiamo ritenerla una risposta adeguata alla nostra domanda? In parte sì. Il campione infatti è ancora troppo piccolo per poter sbilanciarsi con certezza su uno dei due fronti (“Giocatore in crisi” / “Russ is back”), ma Westbrook ha comunque mandato un segnale molto chiaro: quando è in forma può ancora dire la sua.

Non ci resta quindi che assistere alle prossime partite e vedere cosa combinerà il giocatore con il n°4 sulle spalle, e in particolare se riuscirà a caricarsi la franchigia sulle spalle e a farla risalire in classifica. Il tutto tenendo comunque presente che i risultati di squadra incidono solo in parte su ciò che un giocatore mette concretamente in mostra sul parquet.

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