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March Madness, il college non è solo una sorta di pre-NBA

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Nell’essere umano è intrinseco l’essere partecipi in tutto ciò che ci circonda. L’uomo non è nato per essere di contorno, ma per essere al centro dell’azione. Ora, provate ad immaginarvi una partita di pallacanestro in cui i numerosissimi tifosi sono protagonisti tanto quanto i giocatori. Questa è la March Madness.
Stiamo parlando del torneo NCAA che ormai è famoso in tutto il mondo grazie alle sue particolarità. Le partite senza domani (visto che si tratta di un campionato ad eliminazione diretta) vedono protagonista l’atmosfera generale, l’insieme tutto del palazzetto, e non i singoli giocatori.

La cosiddetta “Follia di marzo” fa riferimento alle partite del torneo NCAA che, a differenza di quasi tutti i campionati del mondo, si conclude con una serie di partite secche che spesso e volentieri regalano finali da brivido e storie di Cenerentole vincenti. Il basket universitario è senza ombra di dubbio quello per cui gli americani dimostrano più sentimento.

L’appartenenza che in Italia possiamo avere per la squadra della nostra città, negli Stati Uniti si manifesta per il college che è stato frequentato (o che si frequenta). La NCAA, dunque, è sicuramente tra i campionati sportivi più seguiti del globo, ma non solo per il livello della pallacanestro che viene espresso, ma anche per l’imponente mole di storie ed imprese che sono scritte su questo campionato. Spesso e volentieri infatti, spunta dal niente la piccola università di turno che a sorpresa si ritrova tra le prime della classe e arriva a giocarsi la vittoria del titolo contro le grandi, storiche squadre del torneo.
Racconti che sono fatti anche di immagini che vedono come protagonisti gli spalti pieni di tifosi: colorate coreografie, body painting, ragazzi esultanti o in lacrime. Foto che esprimono in maniera forte tutta la passione di cui si nutre la March Madness e senza la quale questo torneo sarebbe qualcosa di completamente diverso. Insomma, ancora una volta va sottolineato che questa non è uno sport che viene giocato solo in campo.

Non a caso quando si parla di March Madness una delle prime cose (se non la primissima) che ci salta in testa è proprio l’atmosfera dei palazzetti.

Ma quali sono le grandi squadre del torneo?

Storicamente molti programmi riversano le loro attenzioni più sulla pallacanestro che sugli altri sport. Un esempio è senza ombra di dubbio quello di Duke, allenata da coach Mike Krzyzewski (Coach K per gli amici) da ormai 40 anni: i biancoblu sono famosi per l’accesa rivalità con North Carolina (altro programma storico in cui ha giocato anche un certo Jordan) e rappresentano una delle università più vincenti di sempre.
Le squadre però non vengono solo ricordate per le vittorie, ma anche per la quantità di giocatori che una volta usciti dai vari college diventano superstar NBA. Ecco quindi che a fagiolo cade Kentucky, altro programma storico della NCAA: i Wildcats hanno sì vinto tantissimo durante l’arco della storia del torneo, ma soprattutto sono stati una fucina incredibile di talenti che sono saliti in NBA. Pensiamo ad Anthony Davis, Devin Booker, Jamal Murray, John Wall, Rajon Rondo, Karl-Anthony Towns, Julius Randle e Tyler Herro, giusto per citarne alcuni dal 2000 ad oggi.
Altre squadre che vantano una certa tradizione a riguardo sono UCLA (tra passato e presente troviamo Kareem Abdul-Jabbar, Bill Walton, Russell Westbrook, Kevin Love, Zach LaVine e Lonzo Ball) e Kansas (rampa di lancio per Wilt Chamberlain, Andrew Wiggins e Joel Embiid).


L’atto conclusivo, ovvero le Final Four (che rappresentano uno degli eventi sportivi più visti al mondo), non possono che riassumere l’attributo principe del torneo NCAA: l’inaffidabilità del pronostico.
La March Madness è proprio tutto questo: follia, imprevedibilità, passione, dramma, spettacolo. Molto più di un campionato, niente di meno che il basket allo stato puro. Altro che “torneo pre-NBA”.




Articolo a cura di Matteo Cappelli

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