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La leggenda di Elgin

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Elgin Baylor era LeBron James cinquant’anni prima. Certo, un LeBron con dieci centimetri in meno, ma il dominio atletico sugli avversari era pressoché identico a quello del “Chosen One”. E come LeBron il rapporto con i titoli NBA era stato… conflittuale. Perché Elgin, che ci ha lasciato pochi giorni fa, vantava un poco felice primato: quello di essere uno dei giocatori NBA più sfortunati di sempre: nel momento di massimo fulgore aveva infatti incocciato nella “Dinastia Celtics” degli anni ’60 (11 titoli in 13 stagioni) e quando finalmente il “faro” bostoniano Bill Russell si era ritirato, le condizioni fisiche di Baylor erano degenerate così velocemente da costringerlo al ritiro dopo solo 9 gare del campionato 1971-72. Di lì a qualche giorno i Lakers avrebbero messo in piedi la più lunga striscia vincente della storia NBA – 33 partite senza sconfitte – e si sarebbero aggiudicati il titolo. Il proprietario della franchigia californiana Bob Short gli fece avere comunque l’agognato anello, ma non era lo stesso che averlo vinto sul campo: dopo una corsa di quattordici anni ed oltre ventimila punti segnati, essere costretto ad abbandonare in vista dello striscione d’arrivo era stata proprio l’ultima crudele beffa del destino.

Elgin Baylor era LeBron James cinquant’anni prima. Non c’erano immagini in HD, non c’era il web, e così chi voleva vederlo ai tempi del liceo Spingarn doveva andare su qualche campetto di Washington D.C. Ed erano centinaia, i tifosi che effettuavano vere e proprie transumanze tra il “Kelly Miller” playground, il “Randall Park” o il “Lincoln Recreation Center”, in attesa del momento in cui Elgin sarebbe apparso ed avrebbe cominciato a tramutare il gioco del basket in magia. Qualcuno diceva che bisognava aspettare il primo o il secondo “tic”, un movimento del collo che faceva credere ai difensori che stesse per partire, meglio di una finta. Aveva 16 anni ed era già qualcosa di diverso, mai visto prima: lo chiamavano “Rabbit”, un tributo alle doti di potenza e agilità mescolate con sapienza da qualche dio del basket come accade una volta ogni vent’anni. La legge di gravità non si applicava alle sue scorribande sotto canestro e parte della sua fiorente produzione offensiva arrivava da un movimento molto simile a quello che oggi chiamiamo “Eurostep”.

Elgin Baylor era LeBron James cinquant’anni prima. Certo, a differenza del fenomeno da Akron non avrebbe portato in California nemmeno un titolo, ma i Lakers li salvò dalla bancarotta nel suo anno d’esordio, accendendo l’interesse dei tifosi prima a Minneapolis e poi a Los Angeles, dove grazie a lui e a Jerry West il basket professionistico d’alto livello finì per affermarsi definitivamente. Quei Lakers furono gli unici con classe e talento sufficienti a sfidare il dominio di Boston ed anche se vennero sconfitti non c’è dubbio che in quegli scontri tra titani l’NBA crebbe nella considerazione del pubblico americano fino a guadagnare un ruolo paritario rispetto agli altri sport professionistici.

Nei playoff del 1965 Elgin subì un devastante infortuno al ginocchio: “the Rabbit” perse gran parte della potenza e dell’agilità, eppure quello che restava gli permise di continuare a giocare a livello All-Star. Non era più un giocatore da 30 punti e 15 rimbalzi, ma sopperiva alla menomazione con tecnica ed esperienza.

Quanto ha influito sulla crescita del basket in termini di stile, potenza ed efficacia? Tantissimo, se è vero che la generazione di “Doctor J” si è completamente ispirata a lui ed al suo “hang time”, il volo interminabile che gli permetteva di sfidare la legge di gravità… e di vincere. Da Baylor a Julius Erving, da Erving a Michael Jordan, da Jordan a Kobe e LeBron… è l’evoluzione del gioco, il percorso che ha portato il basket NBA a ciò che vediamo oggi. E come sempre, la storia non è un esercizio della memoria ma sono gli uomini, le imprese, le vittorie e le sconfitte.


Con l’addio ad Elgin Baylor un altro piccolo cassetto del passato rischia di chiudersi per sempre: starà a noi tenerlo aperto mantenendo viva la memoria di ciò che Elgin – ma anche Tom Heinsohn, Wes Unseld, K.C. Jones e tutti quelli che ci hanno lasciato di recente – hanno regalato al Gioco del basket.




Articolo a cura di Fabio Anderle

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