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La fine ingloriosa de “Il Barba” a Houston

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Perché l’amore per una squadra è l’amore più strano che c’è.


James Harden ha lasciato gli Houston Rockets per i Brooklyn Nets. Ecco, questa è la versione breve. In realtà, la storia completa è questa: i Nets hanno acquistato James Harden e una scelta del secondo turno del Draft dai Cleveland Cavaliers, i Cavaliers a loro volta due giocatori dai Nets, gli Indiana Pacers hanno acquisito un giocatore dal Brooklyn e una scelta del secondo turno del Draft da Houston, e infine i Rockets un giocatore da Indianapolis, uno da Cleveland e uno da Brooklyn (più, nei prossimi 7 anni, 3 scelte al primo turno via Nets e una via Cavaliers; il tutto, nota bene, incondizionatamente, a cui si aggiunge persino l’opzione per scambiare 4 scelte di primo turno con il Brooklyn).

Vi siete persi, vero? Non fa niente, queste sono le tipiche manovre del mercato NBA che consentono ad ogni squadra di rimanere entro il limite salariale, sistema utilizzato dalla lega con il fine di garantire un maggiore equilibrio tra le squadre ed evitare le anomalie tipiche di competizioni come la Champions League del calcio in Europa. La linea di fondo è che Harden non è più un Rocket, e questo mi tocca.

James Harden ha spinto molto per essere trasferito. Il cestista dalla barba più famosa del mondo dello sport ha giocato con gli Houston Rockets dal 2012: negli anni ha collezionato una media di 29.6 punti, 7.7 assist, 6.0 rimbalzi e 1.8 palle rubate a partita. È diventato il miglior attaccante della sua generazione, ma i Rockets non sono mai diventati dei campioni. Ci sono andati molto vicini nel 2018: dopo 7 partite sul filo del rasoio, un’emozionante finale della Western Conference all’ultimo sangue decretò infatti la vittoria dei Golden State Warriors nei minuti finali.

All’inizio di novembre trapela la notizia che Harden, ormai trentunenne, voglia lasciare la squadra dopo otto anni per inseguire l’anello che spetta ai campioni NBA in un’altra squadra. La direzione di Houston, però, fa sapere che il contratto di Harden sarebbe durato altri due anni e si dichiara “comfortable with getting uncomfortable” (ovvero che i contratti vanno rispettati). Staremo a vedere, pensa Harden.

Il 6 dicembre, giorno di inizio ufficiale della preparazione atletica per la nuova stagione, non si presenta agli allenamenti. Nel frattempo, viola il protocollo dell’NBA per il coronavirus: compaiono infatti foto di un Harden festaiolo ad Atlanta, a Las Vegas, a chilometri di distanza da Houston. Quando, dopo 10 giorni di quarantena e 6 tamponi negativi, fa finalmente il suo ingresso in squadra, sembra ingrassato di 15 kg e il suo gioco è spento.
Un comportamento davvero ingrato da parte di un uomo che è stato capace di lasciare il segno come “franchise” per tutti questi anni. Per raggiungere la vetta della classifica, un secondo giocatore di punta doveva affiancare Harden. “Qualunque cosa voglia James”, era il mantra dei Rockets. E così su suo consiglio sono arrivati consecutivamente Dwight Howard (2013-2016), Chris Paul (2017-2019) e infine il suo amico Russell Westbrook (2019-2020). E, sempre su sua raccomandazione, se ne sono poi andati tutti via. Ora era lo stesso Harden a voler lasciare la squadra.

Il 12 gennaio, dopo una partita irrimediabilmente persa contro i Los Angeles Lakers, la seconda di fila, Harden fa scoppiare la bomba. “Così non va bene“, “Non c’è abbastanza talento“, “Non credo che si riesca a trovare una soluzione“: questi sono i commenti che ha per la sua squadra. La conferenza stampa dura appena novanta secondi. Il giorno dopo il suo trasferimento è realtà.

Fin qui il racconto dal sapore amaro di un tifoso deluso. Avevo dimenticato quanto mi piacessero tutte quelle partite in cui Harden seppelliva gli avversari sotto una pioggia di punti, lo step back 3 da lui brevettato, l’eurostep che aveva perfezionato. In quegli otto anni, Harden è stato 8 volte All-Star, è stato nominato Most Valuable Player nel 2018 ed è stato l’unico giocatore a classificarsi nella rosa dei tre candidati al premio di MVP nelle ultime quattro stagioni. Le ultime tre stagioni è stato capocannoniere della lega, nel 2017 è stato il giocatore con più assist a partita, nel 2020 ha collezionato più palle rubate di tutti. Anno dopo anno, domina ulteriormente l’NBA nel numero di tiri liberi presi e segnati. E detiene diversi primati: è il primo giocatore in assoluto ad aver segnato 60 punti con una tripla doppia (60 punti, 11 assist, 10 rimbalzi), il primo ad abbinare più di 50 punti ad almeno 15 assist e 15 rimbalzi (53, 17 e 16 rispettivamente), e la lista continua.

Questi sono risultati individuali che solo Wilt Chamberlain e Michael Jordan possono eguagliare. Ma loro hanno vinto dei titoli con la loro squadra, mentre Harden no. Questo è quello che, accecato dall’amore per la squadra, non ho voluto vedere in tutti questi anni: Il Barba non è un leader. Non è Chamberlain, Jordan o, a mio avviso, un Lebron James. Michael Jordan ha reso i Chicago Bulls campioni partendo dal nulla. Lebron James è diventato campione con Miami, poi si è trasferito a Cleveland e ha fatto diventare i Cavaliers campioni, poi è andato a Los Angeles e i Lakers sono diventati campioni. Harden è in cerca di una squadra che faccia diventare lui un campione.

Il disfacimento dei Rockets non è iniziato il 12 gennaio, ma quattro mesi prima: il giorno in cui i Rockets venivano eliminati nei playoff e si leccavano le ferite. Ancora una volta i Lakers (futuri campioni) si erano dimostrati troppo forti. Un giorno dopo, Mike D’Antoni, allenatore dal 2016, annunciava le dimissioni e il suo trasferimento al fianco del suo ex allievo Steve Nash sulla panchina dei Brooklyn Nets. Un mese dopo, anche Daryl Morey, general manager dei Rockets dal 2007, lascia la squadra: Il 2 novembre inizia il suo nuovo incarico di president of basketball operations con i Philadelphia 76ers.
Negli ultimi quattro anni, il triumvirato di Morey, D’Antoni e Harden aveva definito l’immagine dei Rockets. Daryl Morey, ottimo stratega e analista dietro le quinte che aveva rinnovato il basket con il suo approccio razionale; Mike D’Antoni, l’amabile allenatore e unico in grado di impostare uno schema di attacco fatto su misura per Harden; e Harden stesso, il talento generazionale intorno a cui ruotava tutto il resto. Harden è stato semplicemente l’ultimo della troika ad abbandonare.

La notizia del trasferimento di Harden è arrivata mezz’ora prima che il secondo impeachment di Donald Trump venisse reso pubblico in tutto il mondo, causando quasi altrettante polemiche negli Stati Uniti. Quella simultaneità era una coincidenza, ovviamente, una singolare convergenza tra sport e politica. Ma si adattava bene alle opzioni che mi passavano per la testa e in cui le due cose sembravano ugualmente intersecate.

In qualità di vero tifoso dei Rockets, dovrei restare fedele a Houston? Il proprietario dei Rockets era Tilman Fertitta, un miliardario che si è fatto da sé e che ha accumulato la sua fortuna con catene di ristoranti, hotel e casinò. Fertitta era anche uno che, ora lo so, è stato per anni fin troppo amico di Trump. Allora meglio tifare i Philadelphia 76ers, squadra per cui lavora Daryl Morey? Morey era l’uomo che, nell’ottobre 2019, con il suo tweet “Lotta per la libertà”. State con Hong Kong aveva provocato l’ira della Cina su di sé e sull’NBA. Ha così rischiato il suo posto di lavoro e anche altro, mettendo il dito nella piaga. O forse per i Brooklyn Nets, dove Mike D’Antoni e James Harden sono ormai uniti e garantiscono i necessari fuochi d’artificio? Il proprietario dei Nets però è Joe Tsai, il numero 2 di Alibaba. Con sorpresa di molti, il taiwanese naturalizzato in Canada e generalmente apolitico si è subito espresso in modo molto resoluto contro il tweet di Daryl Morey e contro i manifestanti di Hong Kong.

L’amore per una squadra è una cosa strana. Somiglia a quell’ amore che si prova per una donna che si desidera da una vita, senza mai capire il perché. Daryl Morey avrà il mio imperituro rispetto per il suo coraggio, ma i suoi Sixers non fanno per me. E James Harden? Un mese dopo la partenza, esprime il suo rammarico per come sono andate le cose. Poi, mentre il Texas viene devastato da una terribile tempesta invernale ed iniziano a scarseggiare beni come acqua e corrente elettrica, il figliol prodigo di Houston mostra il suo lato migliore: dà aiuti alimentari e richiama l’attenzione su iniziative di mutuo soccorso. Ma i Rockets… quelli proprio se li è scrollati di dosso. Ben presto lui brillerà a Brooklyn come è solito fare (e come sta già facendo), ed io perderò a poco a poco l’interesse.

I Rockets nel frattempo sono irriconoscibili, non solo per la nuova uniforme, ma soprattutto per il fatto che solo tre dei diciassette giocatori fanno ancora parte della squadra della scorsa stagione. Hanno subito una sconfitta dopo l’altra e nessuno nutre grandi aspettative: la qualificazione ai playoff sarebbe un miracolo. Ed io, continuo a seguirli come se nulla fosse cambiato.

È passato più di un quarto di secolo da quando i Rockets hanno vinto l’ultimo campionato. Posso aspettare. Aspetterò. Del resto, non c’è mai stata altra scelta, ora lo so.




Articolo a cura di Ricus van der Kwast

(Traduzione a cura di Carla Limatola)

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