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I buyout stanno rovinando la NBA?

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Nei giorni scorsi tra gli appassionati NBA si è sollevato un polverone sulla questione dei buyout. In particolare, a far discutere sono state le operazioni che hanno portato Blake Griffin e LaMarcus Aldridge a rescindere i contratti che li legavano a Detroit Pistons e San Antonio Spurs per unirsi ai Brooklyn Nets di Kevin Durant, Kyrie Irving e James Harden, considerati fra i principali favoriti al titolo.
Prima ancora che Andre Drummond, svincolato dai Cleveland Cavaliers, si unisse ai Los Angeles Lakers di LeBron James e Anthony Davis, la pratica del buyout aveva raggiunto vette di impopolarità paragonabili solo a quelle dei runners durante il primo lockdown. “Diamo già il titolo ai Nets“, “E’ una vergogna!“, “Ecco cosa si devono inventare per battere LeBron” e “I buyout stanno rovinando la NBA“: queste le espressioni più in voga.

Ma i buyout rischiano davvero di “rovinare” gli equilibri della lega? Proviamo a valutarlo, partendo da una fondamentale premessa.


Come funziona il buyout e quando viene utilizzato

Andre Drummond, rilasciato dai Cavs tramite buyout
Andre Drummond, rilasciato dai Cavs tramite buyout

Un giocatore e una franchigia si accordano per la risoluzione del contratto. Il giocatore rinuncia a una percentuale dell’ingaggio stabilita fra le parti in fase di trattativa e diventa free agent. Un’operazione conveniente per entrambi: il giocatore è libero di firmare per qualsiasi altra squadra, mentre la franchigia risparmia una parte del salario (che invece, in caso di taglio, viene regolarmente pagata fino all’eventuale nuovo ingaggio del giocatore), liberandosi anche di un giocatore che o non fa più parte dei propri piani o non ha più alcun interesse nel supportare la causa (ad esempio un veterano in una franchigia in ricostruzione). Pratica che, va ricordato, solitamente rappresenta il piano B nel caso in cui non si riesca a costruire una trade – con la franchigia che così lo perde a zero.

Sulla pratica del buyout ci sono alcuni vincoli. Il giocatore non può essere rifirmato dalla stessa franchigia fino al termine del contratto precedente (come invece avveniva fino a qualche anno fa), mentre le altre franchigie hanno una scadenza (quest’anno il 9 aprile) entro la quale mettere sotto contratto dei giocatori svincolati durante la stagione. Per firmare un atleta che precedentemente non ha giocato per nessuna squadra c’è invece tempo fino al termine della regular season. La nuova squadra dovrà avere un posto libero a roster per inserire il nuovo giocatore, il quale di solito viene messo sotto contratto con un minimo salariale per veterani o con una cap exception, qualora disponibile. Il contratto precedente è terminato con il buyout, per cui non è più da considerare in termini di salary cap.


I precedenti illustri

Deron Williams (#8) e David Lee (#42) sono arrivati a Dallas dopo un buyout
Deron Williams (#8) e David Lee (#42) sono arrivati a Dallas dopo un buyout

Sebbene il ‘mostro’ del buyout sia sbattuto sulle prime pagine dei siti specializzati, non è una soluzione a cui i giocatori di grosso calibro ricorrono così di frequente. Di solito se ne avvalgono quelli dal contratto in scadenza. Aldridge e Drummond sarebbero diventati free agent in estate, per cui non hanno rinunciato a un importo esorbitante, mentre Blake Griffin avrebbe avuto una player option per la stagione 2021/22.
Prendiamo invece il caso di Al Horford: gli Oklahoma City Thunder hanno annunciato di volerlo tenere ai box fino al termine della stagione. “Per favorire lo sviluppo dei giovani“, dichiarano loro; “Per perdere più partite possibili e pescare in alto al draft“, pensano invece i maligni. L’ex-centro di Hawks e Celtics si guarda comprensibilmente bene dal chiedere il buyout, visti i 53.5 milioni di dollari che gli spettano da qui al 2023.

Ma la storia recente cosa racconta?
Ecco le firme di ex-All-Star dopo buyout o tagli dal 2008 a oggi:

  • 2008 – Sam Cassell ai Boston Celtics. Contribuisce alla vittoria del titolo NBA con 7.6 punti di media in 17.6 minuti.
  • 2009 – Stephon Marbury ai Boston Celtics (3.8 punti in 18 minuti di utilizzo). Dopo l’eliminazione al secondo turno playoff non metterà più piede in NBA.
  • 2010 – Michael Finley… ai Boston Celtics (5.2 punti in 15 minuti)! Dopo le Finals perse contro i Lakers, annuncia il ritiro.
  • 2012 – Gilbert Arenas ai Memphis Grizzlies per 17 partite (4.2 punti di media), poi prepara le valigie per la Cina.
  • 2014 – Andrew Bynum agli Indiana Pacers. Gioca 2 partite, poi viene fermato da problemi al ginocchio. Nel frattempo sfascia la squadra, provocando fratture insanabili nello spogliatoio.
  • 2015 – Amar’e Stoudemire e Deron Williams ai Dallas Mavericks. ‘Stat’ gioca 23 partite a 10.8 punti di media e lascia il Texas dopo l’eliminazione al primo turno playoff. ‘D-Will’ firma in estate e disputa una buona stagione, ma si infortuna dopo 89 secondi di gara-4 nel primo round contro gli Oklahoma City Thunder.
  • 2016 – David Lee ai Dallas Mavericks (8.7 punti e 7 rimbalzi di media in 25 partite) e Joe Johnson ai Miami Heat (disputa dei buoni playoff, terminati al secondo turno).
  • 2017 – Deron Williams ai Cleveland Cavaliers. Buone medie in regular season (7.5 punti in 20 minuti), poi in calo ai playoff e disastroso nelle Finals perse contro Golden State.
  • 2018 – Joe Johnson agli Houston Rockets (spettatore non pagante ai playoff), Joakim Noah ai Memphis Grizzlies (prepensionamento) e Derrick Rose ai Minnesota Timberwolves (l’inizio della sua rinascita, ma la squadra non va oltre un primo turno playoff perso malamente contro Houston).
  • 2019 – Pau Gasol ai Milwaukee Bucks (gioca le ultime 3 partite della sua carriera NBA, poi firma con Portland senza mai scendere in campo) e Dwight Howard ai Los Angeles Lakers (tagliato da Memphis, firma al minimo salariale e da un contributo prezioso nella corsa al titolo).

Nei casi più fortunati, la firma a prezzo di saldo di un veterano ha dato a una squadra da titolo un esperto role player o un piccolo rinforzo in vista dei playoff. Si tratta sempre e comunque di giocatori sul viale del tramonto, per cui nessun’altra franchigia ha voluto sacrificare degli asset sul mercato delle trade.

E’ esattamente il caso di Griffin e Aldridge. Il primo è reduce da una lunga serie di infortuni e viaggia alle peggiori cifre in carriera, il lungo texano invece spegnerà 36 candeline a luglio e ha reso meno di così solo nel suo anno da rookie. Con un roster affollato come quello a disposizione di Steve Nash, sarà difficile vederli in campo più di 10-15 minuti, soprattutto ai playoff. Eppure la loro firma per i Brooklyn Nets, prima ancora che venisse ufficializzata quella del nuovo centro titolare dei Lakers, ha provocato un’ondata di sdegno, accompagnata da uno slogan mai passato di moda:


“Questi buyout distruggono la competitività”

Il quintetto dei Celtics 2010/11 (e il photobombing di Vince Carter)
Il quintetto dei Celtics 2010/11 (e il photobombing di Vince Carter)

L’ultima volta, le accuse di “distruzione della competitività” sono state mosse nei confronti dei Golden State Warriors, ‘rei’ di aver messo sotto contratto il free agent DeMarcus Cousins a una cifra inferiore al suo reale valore (ammesso che si possa quantificare il valore economico di un free agent). Il fatto che DMC abbia subito diversi infortuni e che i Warriors non abbiano vinto le Finals 2019 sembrava aver placato gli indignados, tornati alla ribalta nella crociata contro i buyout.

A questo punto, un dubbio sorge spontaneo: il problema sono i buyout, oppure la volontà di alcuni giocatori di unirsi a roster già attrezzati? Se la risposta fosse la seconda si tratterebbe di un “problema” tutt’altro che assente nella storia NBA.
Questi alcuni esempi – non abbastanza celebrati – di formazioni con almeno cinque All-Star (o ex-All-Star, come Aldridge, Griffin e Drummond) in organico. Non saranno citati i Lakers 2012/13 e i Warriors dal 2016 al 2019, di cui si è già scritto in ogni salsa.

  • Menzione d’onore: Los Angeles Lakers 2019/20 – Rajon Rondo, LeBron James, Anthony Davis, Dwight Howard, DeMarcus Cousins (mai sceso in campo per infortunio)
  • Cleveland Cavaliers 2017/18 – Isaiah Thomas, Derrick Rose, Dwyane Wade, Kyle Korver, LeBron James, Kevin Love
  • Cleveland Cavaliers 2016/17 – Kyrie Irving, Deron Williams, Kyle Korver, LeBron James, Kevin Love
  • San Antonio Spurs 2015/16 – Tony Parker, Manu Ginobili, Kawhi Leonard, LaMarcus Aldridge, Tim Duncan
  • Dallas Mavericks 2014/15 – Rajon Rondo, Devin Harris, Dirk Nowitzki, Amar’e Stoudemire, Tyson Chandler
  • Brooklyn Nets 2013/14 – Deron Wiliams, Joe Johnson, Paul Pierce, Kevin Garnett, Brook Lopez
  • Golden State Warriors 2013/14 – Stephen Curry, Klay Thompson, Andre Iguodala, Draymond Green, David Lee, Jermaine O’Neal
  • Miami Heat 2012/13 – Dwyane Wade, Ray Allen, LeBron James, Rashard Lewis, Chris Bosh
  • Boston Celtics 2010/11 – Rajon Rondo, Ray Allen, Paul Pierce, Kevin Garnett, Shaquille O’Neal, Jermaine O’Neal
  • Boston Celtics 2009/10 – Rajon Rondo, Ray Allen, Michael Finley, Paul Pierce, Kevin Garnett, Rasheed Wallace
  • Cleveland Cavaliers 2009/10 – Mo Williams, LeBron James, Antawn Jamison, Zydrunas Ilgauskas, Shaquille O’Neal

Sarà quindi un’incresciosa tendenza dell’ultimo decennio, fomentata principalmente da Rajon Rondo e LeBron James. Non come ai bei vecchi tempi, quando le superstar vincevano da sole…

  • Chicago Bulls 1990/91 – BJ Armstrong, Michael Jordan, Scottie Pippen, Horace Grant, Bill Cartwright
  • Boston Celtics 1985-87 – Dennis Johnson, Danny Ainge, Scott Wedman, Larry Bird, Kevin McHale, Robert Parish, Bill Walton
  • Los Angeles Lakers 1985/86 – Magic Johnson, James Worthy, Kareem Abdul-Jabbar, Maurice Lucas, AC Green
  • Philadelphia 76ers 1982/83 – Maurice Cheeks, Andrew Toney, Julius Erving, Bobby Jones, Moses Malone

Inutile tornare agli Anni ’50 e ’60 quando, visto l’esiguo numero di franchigie, ogni squadra era farcita di MVP e hall of famers (per citare un esempio, otto giocatori dei Celtics campioni NBA 1960/61 sono poi entrati nell’arca della gloria di Springfield).

Possiamo quindi affermare che i Bulls di Jordan, i Celtics di Bird o quelli di Russell, i Lakers di Magic e i Sixers di Doctor J abbiano “rovinato la NBA”?


Come risolvere il “problema”?

LaMarcus Aldridge marcato da Blake Griffin. I due hanno firmato per i Brooklyn Nets dopo i rispettivi buyout
LaMarcus Aldridge marcato da Blake Griffin. I due hanno firmato per i Brooklyn Nets dopo i rispettivi buyout

Qualora, invece, il nodo della questione fosse veramente il buyout, quali sarebbero le opzioni per ovviare a questa pratica? Quella più percorribile porterebbe a regolamentare una percentuale fissa a cui il giocatore rinuncerebbe in caso di buyout. Un grande nome avrebbe qualche remora in più nel lasciare sul piatto il 50% (se l’accordo avviene dopo la trade deadline) del salario per accordarsi a cifre molto inferiori con una contender.

L’altra soluzione realistica, ma estremamente difficile da applicare, è il cosiddetto hard cap, attualmente in vigore nella NFL e nella NHL. Le franchigie di football e hockey che sforano il salary cap sono soggette a sanzioni pecuniarie o a penalità di vario genere, inclusa la sottrazione di scelte al draft. Nella NBA, invece, si paga una luxury tax, che raddoppia qualora il tetto salariale venga superato per la terza volta in quattro stagioni. La tassa viene equamente ridistribuita tra le franchigie che si trovano al di sotto del salary cap. Questa regola consente una certa flessibilità a chi può permettersi di spendere di più ma, allo stesso tempo, garantisce preziosi introiti ai mercati minori. Gli stessi mercati che, secondo l’accusa, vengono penalizzati da pratiche come il buyout. Con queste premesse, la proposta di abbandonare la luxury tax per passare all’hard cap potrebbe non riscontrare il successo auspicato.

Sulla scia dell’inidignazione e dell’improvvisa necessità di riforma seguite alle decisioni di Aldridge e Griffin, sul web sono fioccate proposte di ogni tipo per limitare i buyout, alcune delle quali doverose di menzione.

  • Ogni squadra può firmare al massimo un giocatore svincolato. Un’idea che sembra studiata su misura per i Nets 2020/21, visto che non ci sono precedenti di due ex All-Star che si accordano con lo stesso team. Per la cronaca, gli altri buyout di questo periodo sono quelli di Austin Rivers, Jeff Teague (altro ex All-Star) e Gorgui Dieng.
  • La nuova squadra deve cedere delle scelte alla precedente. Ovvero effettuare una trade?
  • Il vecchio contratto deve pesare sul salary cap della nuova squadra. Perché? La nuova squadra non possiede il vecchio contratto, visto che non esiste più!
  • Fissare la scadenza per i buyout prima della trade deadline. Una soluzione che sfavorirebbe esclusivamente le vecchie franchigie, che non avrebbero alcun potere sul mercato.
  • I giocatori liberati tramite buyout possono essere firmati solo da squadre che non faranno i playoff. Anche ammettendo che a febbraio/marzo si sappia già con esattezza chi non farà i playoff, perché mai Blake Griffin dovrebbe rinunciare a prendere 36 milioni di dollari a Detroit per giocare un mese al minimo salariale nel Minnesota?
  • Il giocatore finisce nella franchigia che offre la cifra migliore a buste chiuse. Andre Drummond finirà ai Lakers o ai Rockets? Scopritelo insieme a lui e a Flavio Insinna giovedì prossimo, alle 19:30, su RaiUno!
  • Il nuovo stipendio viene determinato in base alle statistiche del giocatore nella squadra precedente. Immaginate i livelli di ignoranza raggiunti dal John Wall della situazione mentre guida Houston verso la lottery a suon di quarantelli, con i compagni a sorseggiare un cocktail nell’angolo aspettando invano che arrivi un pallone. Pensate ad Al Horford che gambizza Moses Brown in un parcheggio, a Russell Westbrook costretto a cambiarsi le scarpe usurate a partita in corso e a un cinquantenne Luka Doncic che si allena d’estate con l’obiettivo di riuscire a reggersi in piedi fino a febbraio, quando andrà a batter cassa nella Miami di turno.

Tutto ciò in nome del bene superiore: scongiurare i buyout e non “rovinare la NBA”.




Articolo a cura di Stefano Belli

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