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L’importanza di chiamarsi Joe Ingles

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Sul fatto che l’Australia sia un paese meraviglioso penso ci siano pochi dubbi, sul fatto che gli australiani sappiano giocare a pallacanestro penso ancora meno. Negli ultimi anni infatti, lo sport che tanto ci piace è spopolato nella terra dei canguri e, come spesso accade, grazie ad una generazione di giocatori importanti la nazione è riuscita ad imporsi anche in grandi competizioni come le Olimpiadi (4° posto nel 2016, come il piazzamento ai mondiali del 2019). I capostipiti di questa importante rivoluzione cestistica australiana sono stati diversi, fatto che riflette la grande importanza che viene data a concetto di squadra nella loro visione. Parlando di collettività, la mia mente raccoglie i nomi di diversi giocatori, anche australiani, ma nessuno di questi è mai riuscito a mettere se stesso a disposizione della squadra come Joe Ingles.

La storia dell’australiano è tutt’altro che scontata ed inizia a Melbourne nel 2006, quando la neo nata squadra dei South Dragons decide di firmare il nativo di Adelaide. Il classe 1987 non è uno di quei giocatori affascinanti per l’estetica del proprio gioco, anzi, ma è dannatamente concreto. E nella pallacanestro questo conta più del resto. Tecnicamente il fisico sarebbe quello a metà tra un’ala piccola e un’ala grande, ma alle doti da buon rimbalzista Ingles unisce quelle da tiratore provetto e un pizzico di buon playmaking. Si tratta di uno stile di gioco che potrebbe sicuramente garantirgli molto minutaggio in Europa, ed infatti la chiamata non tarda ad arrivare: nel 2009, dopo esser finito undrafted ed aver fatto una Summer League con i Los Angeles Lakers campioni in carica, Joe sceglie di accasarsi in territorio spagnolo firmando con Granada. L’avventura in Andalusia per l’australiano si rivela più facile del previsto ed in men che non si dica il Barcellona, dovendo sostituire l’infortunato Gianluca Basile, decide di ingaggiarlo. In Catalunya Ingles diventa una pedina fondamentale della squadra di Xavi Pasqual ed il roster è di tutto rispetto. Resterà con i Blaugrana per tre stagioni, durante le quali vincerà tutto tranne l’Eurolega. Il trofeo della massima competizione europea non tarda però ad arrivare. Nel 2013 l’australiano non viene più ritenuto dal Barcellona come una pedina fondamentale, così non rinnova, diventa free agent e decide – dopo aver ricevuto numerose offerte – di accasarsi al Maccabi Tel Aviv. La stagione è da incorniciare: come in tutte le squadre in cui ha giocato, l’australiano si fa trovare sempre pronto e riesce perfettamente ad integrarsi allo stile di gioco, tanto che i gialloblu quell’anno centrano anche il traguardo più importante, l’Eurolega. Joe resterebbe in Israele a vita, ma le sirene d’oltreoceano iniziano a farsi pressanti e sa che il treno va preso appena passa.

Ingles festeggia la vittoria dell’Eurolega con il Maccabi

Nel settembre del 2014 firma per i Los Angeles Clippers, i quali tuttavia decidono di tagliarlo dopo un mese (dandogli la possibilità di partecipare solo a cinque match di preseason). Un boccone amaro da digerire, ma per Ingles la vita oltreoceano è solo agli inizi: gli Utah Jazz infatti, invogliati dal suo connazionale Dante Exum, non se lo fanno sfuggire e lo firmano senza esitare.

Dal 2014 ad oggi sono passati 7 anni e la franchigia di Salt Lake City si trova attualmente in testa al power ranking NBA. Nessuno se lo sarebbe aspettato, così come nessuno avrebbe probabilmente mai puntato in maniera decisa sul nativo di Adelaide, rivelatosi uno degli elementi chiave della crescita dei Jazz maturata negli ultimi anni. Un giocatore fondamentale nelle rotazioni Snyder che può dare tantissimo sia in fase offensiva, grazie alle doti balistiche e alla visione di gioco, che in quella difensiva, con una buona presenza a rimbalzo e una discreta capacità nel contenere i propri avversari sul perimetro e spalle a canestro. Quando Ingles è in campo le soluzioni offensive si ampliano, in quanto è il secondo in NBA per assist su scarico (questo ne denota gran capacità di attaccare il ferro e liberare compagni; il primo è il connazionale Ben Simmons) e per percentuale al tiro è nella top-3 del team nei tiri sia da dentro che da fuori l’arco dei tre punti. Senza dimenticare le sue doti di playmaking, non solo da un punto di vista di assist, ma anche dal punto di vista del ritmo, che in una squadra con molti tiratori come Utah è fondamentale.
La caratteristica principale che mi colpisce di Joe Ingles è tuttavia la sua abilità nel gioco senza palla. In una pallacanestro, soprattutto quella americano, sempre più improntata sugli isolamenti e l’1vs1, l’esperienza europea ha aiutato Slow Mo a sviluppare la capacità di leggere nella maniera corretta le dinamiche di gioco e ad effettuare il movimento corretto senza rimanere fermo ad aspettare un pallone che forse non arriverà mai.

Infine, si potrebbe aprire il capitolo statistiche. Negli anni Ingles è migliorato di continuo, arrivando a perfezionare sempre più il suo ruolo all’interno della squadra. Ciò non significa che di stagione in stagione le sue cifre siano lievitate, ma che l’australiano sia riuscito ad affermarsi su determinati livelli innalzando via via la propria efficienza. L’esempio perfetto è rappresentato dalle sue prestazioni balistiche: nonostante infatti in questa stagione non stia facendo registrare il massimo in carriera per tentativi sia dal campo (7.6) che dall’arco (5.5), il buon Joe sta tirando con una precisione mai vista prima durante i suoi anni oltreoceano (52.7% dal campo e 49.3% dall’arco). Sicuramente i numeri legati ai tentativi sono influenzati da un minutaggio inferiore rispetto alle scorse stagioni (tre giri d’orologio in meno rispetto alla 2019-2020, quasi cinque guardando alla 2018-2019), ma i numeri relativi ad assist (4.1) e rimbalzi (3.6) dimostrano che il nativo di Adelaide riesce ad impattare lo stesso il match in maniera profondamente incisiva, con valori molto simili alle regular season precedenti.


Al di là dei numeri, in un mondo in cui le statistiche sono all’ordine del giorno ed in cui l’estetismo ha sempre più piede, ogni tanto guardare giocare Joe Ingles può fare solo bene.




Articolo a cura di Matteo Cappelli

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