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Per chi suona la campana

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Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi. È stato così tante volte

Chissà se Doc Rivers avrà usato le parole dell’immenso Ernest Hemingway per motivare i Sixers in vista del campionato 2020/2021.

Dopo il deludente finale della scorsa stagione, a Philadelphia hanno deciso di voltare pagina definitivamente, operando due cambi davvero sostanziali nell’organigramma della direzione tecnica. In primis, hanno accompagnato alla porta coach Brett Brown, ringraziandolo per il lavoro svolto nella trasformazione dei tanti giovani talenti. Al suo posto il predetto Rivers, un allenatore molto più esperto e carismatico. Un matrimonio, quello tra Phila e il Doc, perfetto perché entrambi i convolati a nozze non aspettavano che l’inizio del nuovo campionato per redimersi: se i Sixers hanno subito un cocente sweep dai Celtics, Rivers è uscito dai playoff in modo anche più imbarazzante, facendosi rimontare dai Nuggets nonostante un vantaggio di 3-1 nella serie. La seconda mossa è stata quella di richiamare Dayl Morey dalla sua brevissima disoccupazione dopo il divorzio dai Rockets. Il vulcanico Daryl non ha perso tempo nel rivoltare il roster, risolvendo la “grana” legata ad Al Horford (e al suo contratto) e acquisendo i tiratori necessari quando si ha la fortuna di disporre di un centro come Joel Embiid. Se Brooklyn non avesse deciso di accontentare tutte le esose pretese di Houston, probabilmente avrebbe portato a casa anche James Harden.

Comunque, anche senza il “Barba”, la squadra sta facendo dimenticare le peripezie della passata stagione. Rivers ha sgombrato il campo da qualsiasi dubbio, affidando la squadra a Embiid (lo “usage rate” è salito al 34,5%, ben dieci punti percentuali in più del secondo, ndr). Una decisione che potrebbe sembrare scontata, ma tale valutazione non tiene conto delle tante chiacchiere circolate sul destino del centro camerunense durante la offseason. L’investitura ufficiale è servita anche da stimolo motivazionale: Joel è diventato quel leader che a Phila aspettavano da qualche anno, accantonando le pose e le dichiarazioni da guascone per concentrarsi solo sul campo da gioco. 

Anche LeBron si inchina alla potenza di Joel

Oltre alla maturazione di Joel, la cessione di Al Horford ha permesso di eliminare alla radice una serie di equivoci tecnici che hanno minato l’ultimo campionato. In primo luogo, si è risolta la difficile coabitazione tra i due lunghi, poi l’arrivo di Danny Green e Seth Curry ha assicurato quella minaccia perimetrale così importante nella nuova NBA, a maggior ragione se si dispone di una calamita per i raddoppi come Embiid e di un passatore come Simmons. All’ex Lakers e all’ex Mavericks si è poi unito, durante la trade deadline, George Hill, pedina che va ulteriormente a perfezionare il roster dei 76ers.

“Joel è una stella, e come tutte le stelle viene raddoppiato. Ho sempre pensato che il mio compito, quando il mio giocatore di riferimento viene raddoppiato, è fare in modo che gli altri siano nel posto giusto. Se il giocatore raddoppiato sa dove si trovano i compagni, è molto più semplice per lui trovarli. Abbiamo un motto all’interno dello spogliatoio: se ci raddoppi, noi segniamo.”

Le parole di Rivers esemplificano bene il concetto alla base dei nuovi Sixers, una squadra ben organizzata difensivamente e molto disciplinata in attacco, nella quale ognuno conosce il suo ruolo e sa cosa fare all’interno del piano partita definito dal coach. Anche Ben Simmons e Tobias Harris, due All-Star che avrebbero potuto sollevare qualche obiezione sul nuovo corso, sono parte integrante del progetto che ha come unico obiettivo comune quello di vincere.

Molto importante il ruolo di Simmons, spesso indicato come la vera incognita dei Sixers. Le lacune nel tiro dalla distanza e ai liberi, che spesso ne sconsigliavano la presenza nei finali di partita “on the line” e ponevano più di una perplessità sulla perfetta convivenza con Embiid (non è un caso che i 42 punti contro Utah siano coincisi con l’assenza di Joel, ndr), non sono svanite, ma per Rivers non rappresentano un problema. Il nuovo allenatore di Phila apprezza molto di più altri aspetti del gioco: “Ben è un ‘facilitatore’ in attacco e fa tantissime cose che ci aiutano a vincere. I suoi punti sono l’ultima cosa di cui mi preoccupo”. Sicuramente la cosa più evidente è l’eccellente contributo difensivo che il #25 regala ogni sera. Se per Embiid si può parlare di MVP, Rivers ha candidato esplicitamente l’australiano al premio di “Difensore dell’Anno”.

Rivers guida il suo nuovo playmaker

Al momento i Sixers occupano la prima posizione a Est insieme ai Nets, e sono sempre più convinti di poter arrivare fino in fondo. Un cambio a 360 gradi rispetto alla squadra dello scorso anno, spesso slegata e incapace di esprimere tutto il potenziale. Le mosse di Morey e la strategia di Rivers hanno reso la squadra più logica e concreta.


Se ne sono accorti, tanto per citare un esempio, i Boston Celtics, battuti senza troppi patemi al Garden qualche giorno fa. Il solito Embiid ha dominato sotto canestro (i 35 punti del camerunense e i sei falli per Robert Williams ne sono la dimostrazione lampante), Simmons ha agito in modo perfetto nel ruolo di iniziatore dell’azione e i vari Green, Curry, Harris, Milton hanno punito i tanti raddoppi generati dal proprio centro.

Una dolce vendetta (la terza W quest’anno contro Boston) nei confronti proprio gli autori del “cappotto” ai playoff dello scorso anno, ma soprattutto un segnale a tutta la Eastern Conference in vista della postseason.

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