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La Super League con la NBA non c’entra un tubo

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La settimana che sta per concludersi ha visto un grande tema al centro del dibattito pubblico sportivo (e non): la Super League. Sembrava infatti che stesse per nascere, quasi dal nulla, una competizione europea completamente nuova che avrebbe coinvolto i maggiori club d’Europa per tradizione, storia e bacheca: oltre ai 12 fondatori (Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Juventus, Inter, Milan, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Arsenal, Chelsea e Tottenham), che sulla carta avrebbero dovuto essere 15 (i tre club rimanenti non sono mai stati identificati), ci sarebbero stati altri cinque posti assegnati annualmente sulla base dei risultati ottenuti dalle altre squadre nelle manifestazioni europei e nei rispettivi campionati nazionali.

Un modello, quello del progetto “fallito” a 72 ore di distanza dal lancio, che diversi giornali e personaggi pubblici hanno voluto paragonare a quello americano della NBA (è stata presa in considerazione anche l’NFL, di cui però non parleremo). Un affiancamento che stona, e non poco. Al massimo il paragone da fare era con l’Eurolega, competizione che a grandi linee può assomigliare al quella Super League di cui si è saputo ben poco in concreto (sono diverse le mancanze a livello di regolamento, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario).

Lo scopo dell’articolo non è di certo esporre i pro e i contro del progetto ideato in primis da Florentino Pérez e Andrea Agnelli, ma semplicemente chiarire una volta per tutte per quale motivo la Super League non c’entra un tubo con la NBA. Il discorso è piuttosto semplice e sostanzialmente fa riferimento alla struttura che sta alla base dei due campionati.


Tre pilastri, un solo campionato e niente posti vacanti

Se la teorica introduzione di un salary cap, i due gironi da 10 squadre e un’auto-regolamentazione potevano in qualche modo far pensare che la nuova competizione europea potesse assomigliare alla massima lega cestistica americana (e mondiale), la verità è un po’ diversa. Il “modello americano”, che non è nato l’altro giorno, si basa infatti su tre pilastri: un contratto collettivo che regola qualsiasi cosa (mercato, aspetti economico-finanziari, sanzioni ecc), un ruolo di primo piano per i giocatori (non a caso esiste l’NBPA*, l’associazione dei giocatori NBA) e un “sostegno” per le franchigie che ottengono i risultati più disastrosi (leggasi Draft, grazie al quale i team che sono arrivati nei bassifondi delle classifiche possono riemergere pescando giovani prospetti di valore). Si tratta di un trittico di elementi molto distante dalla cultura e dalla struttura sportiva europea, in particolar modo a livello calcistico. Senza contare, e questo probabilmente potrebbe essere un quarto pilastro, che lo sport americano si basa sulla crescita che i futuri professionisti maturano nelle high shool e nelle università, filosofia completamente assente nel Vecchio Continente.

Va anche evidenziato che le franchigie NBA partecipano solo a quel campionato, e non hanno altre competizioni (per di più sotto il controllo di altre federazioni) a cui dover prender parte. Infine, la National Basketball Association è un campionato chiuso, dove non ci sono retrocessioni o posti vacanti che annualmente vengono assegnati a chissà quali altre squadre.


Insomma, la Super League poteva essere tutto meno che una competizione sulla falsa riga della NBA.



* Per i più curiosi, avevamo approfondito la nascita della NBPA in un articolo a parte (clicca QUI), mentre in un altro pezzo avevamo cercato di fare chiarezza sui vari termini propri del marcato NBA, tra cui il salary cap (clicca QUI).

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