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C’eravamo tanto amati…

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Era il 3 novembre del 2019 quando, sul sito di Superbasket, scrivevo dell’ottimo inserimento di Kemba Walker a Boston.

Dopo l’esordio sottotono a Phila, il nuovo Celtic aveva guidato i suoi nella rimonta chiusa con la clamorosa vittoria su Milwaukee. Quella era solo la prima di una lunga serie di partite di alto livello nelle quali Kemba aveva fornito quella presenza d’esperienza e leadership tanto ricercata da Danny Ainge dopo l’addio di Kyrie Irving. Assieme a Gordon Hayward, l’ex Charlotte rappresentava il collante tra la foga agonistica di Marcus Smart e il talento di Jayson Tatum e Jaylen Brown. Una point guard moderna, capace di segnare i suoi punti senza quell’ego che aveva minato la solidità del gruppo.

La convocazione per l’All-Star Game non poteva che premiare la perfetta interpretazione del ruolo e il successo della squadra, risultata convincente e piazzata nelle zone alte della Eastern Conference. Kemba era di nuovo tra i migliori 24 giocatori del pianeta e i tifosi potevano dimenticare completamente la fuga del predecessore.

Poco più di un anno dopo, quei tempi sono davvero lontanissimi. Kemba è stato ceduto a Oklahoma City per Al Horford e, per convincere i Thunder a effettuare tale scambio, i Celtics hanno dovuto aggiungere anche una prima scelta. In sostanza, Boston e il nuovo general manager Brad Stevens si sono voluti liberare in tutti i modi di Walker e del suo ingente contratto (circa 70 milioni per i prossimi due anni, anche se Kemba ha la possibilità di uscire al termine della prossima stagione grazie ad una player option).

Cosa è successo? 

Innanzitutto il covid ha fermato la NBA e il mondo intero, imponendo regole e limitazioni che hanno avuto ripercussioni sulla stagione passata. I Celtics, così brillanti prima dello stop, hanno faticato a tornare a quel livello di gioco nella “bolla” di Orlando, sebbene le Finali di Conference siano state un ottimo risultato. Walker dopo l’All-Star Game ha patito un calvario fisico davvero poco augurabile.

Troppo spesso Kemba ha dovuto incitare i compagni in borghese

Nel febbraio 2020, proprio pochi giorni prima la “Partita delle Stelle”, una semplice nota dello staff tecnico aveva informato di un fastidio al ginocchio sinistro per l’ex Charlotte. Sembrava una cosa da niente, invece quell’infortunio ha condizionato enormemente Walker. Prima le sei partite saltate, poi il rientro difficoltoso, e infine una lunga pausa per il lockdown rivelatasi inutile: le prestazioni sottotono dei playoff 2020 ne sono una prova, ma lo è ancora di più la confessione di Danny Ainge, nella quale l’ormai ex General Manager dei Celtics affermava come il rendimento in quella postseason da parte di Kemba fosse stato molto condizionato dal ginocchio dolorante.

La stagione appena terminata è stata addirittura peggiore. I Celtics sono già in vacanza dopo la precoce eliminazione al primo turno da parte dei Nets di Irving e soci, degna conclusione di un campionato molto deludente – a tratti imbarazzante – affossato dai vari infortuni (il più grave e decisivo quello patito da Brown in prossimità dei playoff), dalle assenze per i protocolli sanitari previsti dalla lega e dalle disfunzionalità tecniche che mai erano state associate ai Celtics di Stevens.

E Kemba? Il numero otto è stato semplicemente il giocatore più deludente del gruppo. Le medie di 19 punti e quasi 5 assist, con il 42% dal campo e il 35% da tre punti, sono un ampio passo indietro rispetto agli anni precedenti.
Se non pensiamo che Walker abbia improvvisamente dimenticato come si gioca a basket, la conclusione ovvia è che quel ginocchio non sia guarito. Lo staff tecnico aveva aspettato gennaio per farlo debuttare, decidendo peraltro di non schierarlo nei back-to-back (per salvaguardare l’articolazione) neanche quando la squadra, alle prese con infortuni e assenza, ne aveva bisogno.

Anche quando regolarmente schierato nello starting five il rendimento è stato scoraggiante, soprattutto ai playoff: i neanche 13 punti di media, con percentuali di tiro orribili (13/41 dal campo e 3/17 da tre punti), hanno azzerato le recriminazioni dei tifosi per le ultime due gare saltate per infortunio.
L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un giocatore incompleto: molto generoso e volenteroso, ma frustrato perché impossibilitato a giocare come ha sempre fatto, per di più in un ambiente esigente e alle prese con una stagione deludente (iniziata con l’addio di Gordon Hayward).

In questi giorni, ovviamente, i media si stanno sbizzarrendo con le rivelazioni sui dissapori derivanti dal presunto tentativo di scambio con Jrue Holiday nella offseason 2020 e sulle frizioni con Brad Stevens.

Uno scambio di vedute tra Stevens e Walker, non una rarità a leggere le ultime rivelazioni

Presunti scoop giornalistici che lasciano perplessi, soprattutto perché gettano un’ombra su un giocatore che ha sempre dato il massimo sul parquet e conquistato tutti, dall’ambiente ai compagni, grazie all’umiltà, il sorriso e l’atteggiamento positivo.

La verità – semplice, cinica e crudele – è che alla base dell’addio a uno dei colpi di mercato più importanti dei Celtics degli ultimi anni c’è la paura che quel ginocchio acciaccato stia sancendo la fine della carriera di Kemba come giocatore di alto livello. E allora è meglio salutarlo subito, anche se, da un punto di vista strettamente tecnico, la contropartita non è stata certamente entusiasmante.
A Boston arriva (o meglio, torna) Al Horford, il centro che aveva abbandonato la nave biancoverde al termine della terribile stagione 2018/2019. Al porta esperienza e, soprattutto, quell’intelligenza cestistica che potrebbe aiutare enormemente una squadra sempre alla ricerca di quel facilitatore offensivo che tanto è mancato dopo le partenze di Hayward e dello stesso Horford.

Kemba riparte da OKC (sempre che Sam Presti non decida di cederlo ancora), una squadra giovane, senza grandi obiettivi e pressioni. Sarà la guida della “stellina” Shai Gilgeous-Alexander e, se la Lottery fosse estremamente fortunata per i Thunder, Cade Cunningham.

Ma l’aspetto più importante riguarda il recupero del ginocchio, il ritorno alla completa forma fisica. Una volta riacquisita la salute, anche il suo sorriso, ultimamente teso e nervoso, tornerà l’espressione trascinante della gioia di giocare a basket.

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