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Pagellone NBA stagione 2020-2021: Western Conference

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La stagione NBA 2020-2021 non ha riservato grossissime sorprese per quanto riguarda la Western Conference, o almeno in riferimento alla regular season: ai playoff i pronostici sono stati stravolti a causa di diversi infortuni. Vediamo insieme il pagellone delle franchigie dell’Ovest.


Dallas Mavericks – 8

Non si può non valutare la stagione di Dallas come positiva. A dispetto delle previsioni non proprio ottimistiche – frutto di un mercato di basso profilo che ha indebolito un roster nel quale già aleggiava l’incognita Kristaps Porzingis – la regular season si è chiusa con un convincente quinto posto e ai playoff l’eliminazione è arrivata sì la primo turno, ma in sette partite e soltanto per le prove eroiche di due superstar come Paul George e Kawhi Leonard.
Luka Doncic si è confermato tra i migliori cinque giocatori NBA: le (poche) critiche per non aver compiuto lo step necessario a entrare nella cerchia di coloro che si contendono il premio di MVP, ai playoff sono evaporate al cospetto di una serie da dominatore. Ciò che spaventa, oltre ai soli 22 anni, è la considerazione che potrebbe essere ancora più incisivo se non fosse costretto ad accentrare così tante responsabilità offensive. Ma, se il secondo miglior giocatore della squadra si chiama Tim Hardaway Jr (pur molto positivo in questa stagione), significa che le speranze di vittoria sono legate esclusivamente alle magie dello sloveno. I vari Dorian Finney-Smith, Jalen Brunson, Maxi Kleber, Josh Richardson sono per lo più dei gregari. Chi era arrivato a Dallas per rappresentare la spalla ideale di Doncic è Porzingis, ma il lettone ha disputato una stagione molto più enigmatica di quanto mostrino le statistiche (in stagione 20 punti di media, ma solo 13 ai playoff). L’arduo compito di fargli ritrovare l’antico smalto spetterà a Jason Kidd, appena richiamato nella “sua” Dallas come nuovo allenatore.


Denver Nuggets – 8 ½

La stagione da sogno di Nikola Jokic, coronata con l’MVP, è stata il punto forte della squadra: il fenomeno di Sombor ha ingranato fin da subito trascinando i suoi fino al terzo posto in una agguerrita Western Conference e ad un secondo turno dei playoff. Merito sicuramente anche di coach Malone, che ha saputo valorizzare la sua stella dandogli la possibilità di esprimersi al meglio e di sfruttare le qualità dei compagni.
L’infortunio di Jamal Murray, la lenta integrazione di Aaron Gordon (comunque complessivamente positiva) e una panchina meno profonda e meno incisiva rispetto a quella dello scorso anno però sono stati i fattori che hanno influito sul percorso nella postseason, con uno Jokic spremuto al limite e aiutato sostanzialmente solo da Michael Porter Jr, chiamato a fare le veci di Murray. L’esplosione del ragazzo è però un segnale molto incoraggiante che da buone speranze di aver trovato una terza stella proprio in casa. Tra gli elementi della second unit è stato sicuramente Facundo Campazzo il migliore, meno abituato al palcoscenico NBA ma non meno positivo nell’aiuto ai compagni con giocate importanti in fase difensiva e di costruzione.
Non è stata la stagione che Denver avrebbe voluto, ma c’è di sicuro tanto ottimismo per quello che accadrà nella prossima.


Golden State Warriors – 7

L’assenza di Klay Thompson ha di fatto ha frustrato sul nascere le loro ambizioni. A nulla è servita la stagione eccezionale di uno Steph Curry, capace di chiudere a 32 punti e quasi 6 assist di media e con il terzo posto nella votazione per l’MVP, privo di grandi aiuti a livello offensivo.
Draymond Green è stato il solito “collettore” offensivo (9 assist di media) e difensivo, Andrew Wiggins ha forse trovato la giusta dimensione come “3&D”, mentre Kelly Oubre, chiamato nella Baia per coprire l’assenza di Thompson, non è riuscito a integrarsi perfettamente. Meglio Jordan Poole, Eric Paschall e, soprattutto, Juan Toscano-Anderson. James Wiseman, seconda scelta assoluta del Draft, non si è invece visto troppo: dopo un inizio molto promettente, con sprazzi di talento assoluto sui due lati del campo, la matricola si è un po’ persa, anche a causa dei fastidi fisici che lo hanno tenuto fuori per trenta partite.
Malgrado gli infortuni, le assenze e le difficoltà, i Warriors sono riusciti a qualificarsi per il play-in, arrendendosi, non senza combattere, ai Lakers e ai Grizzlies. Sulla Baia, comunque, si pensa già al futuro e al rientro di Thompson, così da poter tornare tra le contender.


Houston Rockets – 4 ½

Non si può certo definire positiva una stagione da sole 17 vittorie, ma non poteva essere altrimenti una volta deciso di separarsi sia da James Harden che da Russell Westbrook. Il campionato è stato contrassegnato dalle normali difficoltà di una squadra che ha in mente solo il futuro: sconfitte in serie (oltre 20 consecutive), rotazioni allargate, sperimentazione estrema dei giovani, poca importanza al risultato finale.
Eppure, anche in questo contesto, ci sono stati alcuni segnali positivi, a cominciare dal roster composto da giovani di prospettiva. Se Armoni Brooks, Kyrie Thomas, Kenyon Martin Jr e, soprattutto, Jay’sean Tate sono stati delle piacevoli sorprese, i due nomi più interessanti sono, per motivi diversi, Christian Wood e Kevin Porter Jr. Wood ha confermato quanto di buono aveva fatto ai Pistons, continuando a migliorare in ogni aspetto del gioco (21 punti e 9 rimbalzi di media, con un interessante 37% da tre). Porter, arrivato a metà stagione dopo che a Cleveland si erano ampiamente stufate delle sue bizze, in Texas per adesso si è distinto per l’enorme talento offensivo ben rappresentato dai 50 punti (con 11 assist) rifilati ai Bucks.
I risultati sarebbero potuti essere anche migliori se due star come Victor Oladipo e John Wall (arrivati dalle trade per Harden e Westbrook) avessero giocato al massimo, ma il primo ha preferito cambiare lido nella seconda metà di stagione, mentre il secondo è stato bloccato da vari problemi fisici.


Los Angeles Clippers – 8

Se ci basassimo esclusivamente sulle aspettative iniziali, il voto sarebbe più basso. Dopo la bruciante eliminazione a Disney World contro Denver, i Clippers erano chiamati a riscattarsi e a dimostrare di essere veramente una contender. Ci sono riusciti per gran parte della regular season, nonostante i soliti problemi fisici che hanno tenuto ai box Kawhi Leonard, Paul George e il nuovo arrivato Serge Ibaka (rispettivamente per 20, 17 e 31 incontri). Una volta iniziati i playoff, ecco tornare i vecchi fantasmi, con i Dallas Mavericks capaci di sbancare lo Staples Center nelle prime due partite. Nuovamente con le spalle al muro, la squadra di Tyronn Lue ha saputo reagire alla grande, vincendo le quattro gare successive ed eliminando Luka Doncic e compagni per il secondo anno consecutivo. La medesima rimonta è riuscita anche al turno successivo, contro gli Utah Jazz, nonostante l’infortunio al ginocchio che, di fatto, ha chiuso il 2020/21 di Leonard. Merito di un grande Paul George, del solido contributo del supporting cast e della fantasia tattica di coach Lue, capace di adeguare perfettamente le rotazioni in base all’avversario. I Clippers hanno raggiunto le prime Conference Finals della loro tormentata storia, ma ci sono arrivati in condizioni precarie. Senza Leonard, Ibaka (messo definitivamente ko dai problemi alla schiena) e Ivica Zubac, non è stato possibile arginare a lungo gli scatenati Phoenix Suns, che hanno avuto la meglio in 6 partite. Meglio di così non si poteva fare per questi Clippers, il cui futuro è legato indissolubilmente alle condizioni fisiche di Kawhi (operato per la rottura parziale del legamento crociato, starà fermo diversi mesi) e alle sue decisioni contrattuali.


Los Angeles Lakers – 5

Una stagione che sarebbe dovuta essere di riconferma si è dimostrata invece disastrosa, spegnendosi al primo turno dei playoff. Certo, gli avversari erano gli attuali campioni della Western Conference, ma questa è un’altra storia. Di sicuro sono pesati molto gli infortuni di Anthony Davis e LeBron James in stagione regolare, costringendo la squadra ad affrontare il play-in, così come quello di Davis contro Phoenix ai playoff: con loro due nel pieno della forma avremmo visto probabilmente dei Lakers molto diversi.
Esclusi loro due, il cui unico deterrente verso il successo è stato l’infortunio, non si può non parlare dei gregari: Harrell è sembrato la pallida imitazione di quello visto in sponda Clippers; Schröder troppo egoista e troppo discontinuo; Kuzma, chiamato al definitivo salto di qualità, non ha dato quello che Vogel avrebbe sperato; infine Drummond, arrivato come salvatore della patria da terza stella, che non ha però inciso sotto le plance né in attacco né in difesa.
Insomma, se gli infortuni hanno complicato la stagione dei Lakers, a mettere il definitivo chiodo ci hanno pensato i nuovi arrivati, con una squadra che senza le proprie star ha dimostrato di perdere tutto il proprio smalto.


Memphis Grizzlies – 7 ½

La squadra di Taylor Jenkins si è qualificata per i playoff nonostante fosse tra le più giovani della lega e malgrado Jaren Jackson Jr., potenziale pilastro del futuro, sia rientrato da un lungo infortunio solo il 21 aprile. Memphis è riuscita nell’impresa grazie allo scintillante talento di Ja Morant, capace di alzare ulteriormente il livello con l’aumentare della posta in palio, alla solidità di Jonas Valanciunas, Dillon Brooks e Kyle Anderson e al notevole impatto di riserve come Desmond Bane, De’Anthony Melton, Tyus Jones e Xavier Tillman. Grazie alla loro organizzazione, alla loro energia e al loro entusiasmo, i Grizzlies per arrivare alla postseason hanno prima spento le ultime speranze dei San Antonio Spurs, e poi ottenuto l’onorevole scalpo dei Golden State Warriors: un play-in perfetto seguito dalla resa al primo turno contro gli Utah Jazz, la migliore squadra della Western Conference.
Squadra non formidabile a livello tecnico, ma grintosa, fisica e molto organizzata, capace di infastidire qualsiasi avversario. Manca ovviamente quell’esperienza (e quella star in più) che consentirebbe di fare un altro bel salto di qualità, ma i risultati ottenuti nelle prime due stagioni dell’era Morant sono un ottimo punto di partenza per un gruppo che ha ancora ampi margini di crescita.


Minnesota Timberwolves – 4

Non è difficile valutare come molto negativa la stagione di Minnesota. Partiti con la volontà di tornare ai playoff, i “Lupi” sono naufragati presto, abbandonando da subito quelle ambizioni sbandierate dalla dirigenza dopo una offseason molto attiva.
Gli infortuni – D’Angelo Russell e Karl-Anthony Towns hanno giocato assieme solo 23 partite, così come hanno pesato i match saltati da Malik Beasley, Juan Hernangomez e Josh Okogie – hanno giocato un ruolo fondamentale, ma sarebbe riduttivo ricondurre esclusivamente alle assenze le 49 sconfitte. L’impressione è infatti quella che la squadra non abbia un’anima, che sia un’accozzaglia di giocatori di talento priva di quella coesione che trasforma dei solisti in un gruppo organizzato e vincente. A nulla è servito l’avvicendamento in panchina tra Ryan Saunders e Chris Finch, sebbene il record del nuovo allenatore sia decisamente migliore.
Tralasciando l’ottimo Ricky Rubio, le note liete sono arrivate da quattro elementi: Anthony Edwards si è distinto per le capacità realizzative, arrivando secondo nella votazione per il premio di Rookie of the Year; Jaden McDaniles ha chiuso in crescendo; Naz Reid e Jarred Vanderbilt hanno rappresentato valide alternative dalla panchina. Obiettivamente, un po’ poco per ambire alla offseason…


New Orleans Pelicans – 4 ½

Una delle principali delusioni di questo 2020/21. I segnali di crescita mostrati sul finire della scorsa stagione, l’esplosione di Brandon Ingram e il rientro a pieno regime di Zion Williamson facevano pensare all’inserimento dei Pelicans nella corsa ai playoff, solamente sfiorati in quel di Orlando. Invece, la squadra di Stan van Gundy non si è avvicinata nemmeno al play-in.
La consacrazione di Zion è certamente la migliore notizia. Dopo una stagione da rookie compromessa dall’infortunio al ginocchio, la prima scelta del draft 2019 ha cominciato finalmente a mostrare la potenza del suo motore da fuoriserie, triturando le difese con le sue irresistibili penetrazioni e guadagnandosi la convocazione all’All-Star Game. Gli altri motivi di soddisfazione sono la conferma ad alti livelli di Ingram, che dovrà però adattarsi al ruolo da secondo violino, e i miglioramenti al tiro di Lonzo Ball, che si sta trasformando inaspettatamente in un ‘3&D’. Sull’ex point guard dei Lakers ci saranno decisioni importanti da prendere, visto che è restricted free agent. Per il resto, i Pelicans sono apparsi una squadra senza identità, specialmente nella metà campo difensiva. Gli innesti di Eric Bledsoe e Steven Adams al posto di Jrue Holiday e Derrick Favors si sono rivelati un passo indietro e i tanti giovani talenti alle loro spalle stanno faticando a emergere, merito di una gestione da parte di coach Van Gundy che rende a dir poco perplessi (non a caso subito silurato).


Oklahoma City Thunder – 6

I Thunder sono una di quelle squadre che avevano iniziato la propria stagione con basse aspettative. Obiettivo dichiarato e raggiunto dalla società è stato quello di puntare sulla crescita di giocatori giovani e futuribili – mettendo da parte i risultati – dopo aver scambiato quasi tutti i pezzi più pregiati in estate, coach compreso. Il record dice 22 vinte e 50 perse, il peggiore delle ultime undici stagioni e quarto peggiore della lega, ma con un roster giovanissimo (23.4 anni l’età media, la più bassa). Ciò che si è visto di buono è il modo di allenare di Mark Daigneault, perfetto per il basket moderno: ritmo alto e utilizzo di quintetti senza posizioni fisse, che dà ai giocatori la libertà di trovare il proprio gioco. Il miglior giocatore è stato senza ombra di dubbio Shai Gilegous-Alexander: ha chiuso la stagione in anticipo causa infortunio, ma nelle 35 partite disputate ha raggiunto i suoi career-high per punti (23.7) e assist (5.9). SGA ha inoltre dimostrato vantaggi da playmaker e una costante presenza sul lato difensivo: i continui miglioramenti lo rendono chiaramente la futura star della franchigia. Luguentz Dort si è confermato difensore arcigno. Sorprese piacevoli sono state invece Ty Jerome, arrivato dalla G-League per rimpinguare la panchina e finito in quintetto nelle ultime apparizioni, e i rookie Alexei Pokusevski e Theo Maledon: il primo è ancora un diamante grezzo che possiede delle rare capacità per un 210 cm, il secondo invece ha dimostrato di giocare come un veterano.


Phoenix Suns – 9

Phoenix prima sorprende tutti durante la regular season, poi ottiene quelle Finals che in Arizona mancavano dalla stagione 1992-1993. Certo, un percorso, quello della postseason, favorito da alcuni colpi di fortuna (su tutti gli infortuni in casa Lakers e Clippers), ma che ha comunque visto CP3 e soci esprimere un basket concreto: se il destino presenta delle opportunità, bisogna anche saperle cogliere. Una cavalcata che si è interrotta proprio sul più bello, su quel 2-0 di vantaggio sui Bucks che aveva illuso mezzo mondo cestistico.
Chris Paul, che dovrà decidere il proprio futuro, è stato senza dubbio l’artefice del salto di qualità visto quest’anno; Devin Booker e Deandre Ayton hanno giocato ad altissimi livelli; il quartetto composto da Mikal Bridges, Cameron Payne, Cameron Johnson e Torrey Craig ha stupito in positivo, così come non possiamo tralasciare le capacità di coach Monty Williams. Un po’ deludente invece la performance di Jae Crowder.
Considerando che i playoff in casa Suns mancavano da 10 anni, i risultati ottenuti la scorsa stagione e quest’anno non possono che essere comunque un validissimo punto di partenza in vista di un futuro da protagonisti.


Portland Trail Blazers – 5

Portland ha raggiunto per l’ottava stagione consecutiva i playoff: 42-30 il record, conquistando il 6° seed e riuscendo quindi ad evitare d’un soffio il play-in tournament. Purtroppo, come è quasi sempre capitato nelle annate precedenti, i Blazers sono usciti precocemente dalla postseason, stavolta a opera di dei Denver Nuggets non certo al 100%.
Damian Lillard si è dimostrato ancora una volta anima e cuore della squadra, tenendo medie da MVP e alzando ancora più l’asticella nella serie contro Denver (55 punti in gara-5, finita dopo due overtime): subito dopo gara-6 è parso abbastanza scontento e parafrasando in un tweet il rapper Nipsey Hussle ha mostrato tutta la sua frustrazione chiedendo quando sarebbe stata ricompensata tutta la sua dedizione.
La franchigia ha così deciso di chiudere i rapporti con coach Terry Stotts e puntare sull’ex campione NBA del 2004 Chauncey Billups: a lui spetterà il compito di tirare fuori il meglio da Lillard e dal resto della squadra, a meno che il nativo di Oakland non decida sulla soglia dei 30 anni di partire per altri lidi. Tutto il roster ha mostrato conferme sul campo, a partire dal ruolo di sparring partner di CJ McCollum e quello di sesto uomo per Carmelo Anthony, che ha portato consistenza dalla panchina. Ci si aspettava di più a livello offensivo da Robert Covington, mentre Enes Kanter è tornato agli ottimi livelli prima dell’esperienza ai Celtics. Dall’inizio della stagione prossima, salvo movimenti di mercato, ci saranno Jusuf Nurkic (37 partite disputate dopo l’infortunio alla gamba) e Norman Powell arrivato alla trade deadline.


Sacramento Kings – 4

Non c’è ancora luce in fondo al tunnel di mediocrità per i Kings, che non vedono i playoff dal lontano 2006. Il progetto di costruzione della nuova squadra ricorda sinistramente quello del ponte sullo Stretto: forse non si compirà mai. Il 2020/21 è stata l’ennesima stagione fallimentare, da tutti i punti di vista.
Alla peggior difesa NBA si è accompagnata una preoccupante involuzione offensiva, che ha svilito il talento dei singoli e di fatto annullato quelle impressioni positive che per (brevi) tratti avevano circondato l’ambiente californiano. L’esplosione di De’Aaron Fox, l’ottimo esordio di Tyrese Haliburton, l’affidabilità di giocatori come Harrison Barnes e Richaun Holmes si sono perse come lacrime nella pioggia di una squadra giovane e incompiuta, che ormai rischia di non decollare più. In offseason ci saranno molte domande a cui rispondere: continuare con coach Luke Walton? Proporre un’estensione di contratto a Marvin Bagley, martoriato dai problemi fisici? Cedere almeno uno tra Barnes e Buddy Hield? Altri errori di valutazione rischierebbero di far crollare nuovamente l’eterno cantiere.


San Antonio Spurs – 5

Il 19 marzo, dopo il successo contro i Cleveland Cavaliers, gli Spurs avevano un record di 22 vittorie e 16 sconfitte: fino a quel momento avevano gravitato stabilmente tra il quinto e il settimo posto della Western Conference. Poi è arrivato un crollo verticale, culminato con le sole 2 vittorie nelle ultime 13 partite e terminato con la sconfitta nel play-in contro Memphis. Un epilogo che suona come il definitivo capolinea per gli Spurs che conoscevamo.
LaMarcus Aldridge è stato svincolato a stagione in corso, prima di ritirarsi per i ben noti problemi al cuore. Gli altri veterani, DeMar DeRozan, Rudy Gay e Patty Mills, sono tutti in scadenza di contratto e San Antonio, storicamente, non è famosa per attrarre i grandi free agent. Dal prossimo anno, quindi, ci sarà un sostanziale via libera ai giovani. In questo 2020/21 i vari Dejounte Murray, Lonnie Walker, Keldon Johnson, Jakob Poltl e Derrick White hanno dato segnali incoraggianti. Peccato che nessuno di loro mostri le stimmate dell’uomo franchigia, quello che servirebbe per riportare i neroargento ai fasti dell’era Duncan-Ginobili-Parker. Un’epoca di cui rimane solo l’ultimo baluardo: coach Gregg Popovich. Ci sarà sempre lui al timone dei nuovi Spurs, oppure anche l’ultima bandiera verrà ammainata una volta per tutte?


Utah Jazz – 7 ½

Giudicandolo solo dal risultato finale, la sconfitta al secondo turno contro i Clippers privi di Kawhi Leonard, il 2020/21 dei Jazz sembra quasi un fallimento. Scendendo più in profondità, si scopre invece che quella appena conclusa è stata una delle migliori annate nella storia della franchigia. Tornati finalmente al completo, gli uomini di Quin Snyder hanno dominato la regular season chiudendo con il miglior record NBA e mettendo in mostra un basket eccellente, divertente e ‘democratico’ in attacco, solido e organizzato in difesa.
Per molti elementi del roster è stata una stagione memorabile. Jordan Clarkson è stato eletto Sixth Man Of The Year (battendo in volata il compagno Joe Ingles), Rudy Gobert è stato votato per la terza volta miglior difensore dell’anno, Mike Conley ha debuttato all’All-Star Game dopo 14 anni di onorato servizio e Donovan Mitchell ha messo a referto le migliori cifre in carriera, salendo ulteriormente di livello ai playoff e bussando alla porta delle superstar di questa lega. A rovinare la postseason, come nel recente passato, sono stati gli infortuni subiti da Conley e da Mitchell: senza i principali creatori di gioco in perfette condizioni è emersa la poca profondità del roster.
Dopo una stagione così importante, il fatto di non essere arrivati in forma alle partite che contavano lascia enormi rimpianti, ma anche un grosso interrogativo: ci sono ancora margini di crescita per questo gruppo?




Articolo a cura di Simone Argiolas, Stefano Belli, Gianluca Bortolomai, Lorenzo Cipriani, Andrea Grosso

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